L'ultimo strappo
La parte più dura del sindacato, la FIOM di Landini, viene isolata dagli altri sindacati
Con la firma del contratto di Pomigliano da parte di CISL ed UIL e non della FIOM, ovvero i metalmeccanici della CGIL, si è consumato, forse, l’ultimo strappo, il filo rosso che ha legato le tre grandi sigle sindacali in tante battaglie contrattuali degli ultimi cinquanta anni. Fu un contestato contratto FIAT che il 14 ottobre ’80 provocò la famosa “marcia dei quarantamila” e la conseguente sconfitta confederale che marginalizzò per anni l’intera attività sindacale; oggi per un “rivoluzionario” contratto FIAT per lo stabilimento di Pomigliano, la parte più dura del sindacato, la FIOM di Landini, viene isolata dagli altri sindacati e rischia una sconfitta storica, senza precedenti, che finirà per relegarla in un ambito residuale del sindacalismo del novecento senza nessuna influenza sul mercato del lavoro attuale. Si perché la mancata sottoscrizione di quel contratto non solo è stata contestata dagli altri sindacati, ma anche dal mondo politico, ovvero dal Partito Democratico che, pur tra travagli e divisioni che ne appesantiscono l’attività politica, ha stigmatizzato negativamente la mancata firma del contratto dapprima con Fassino e Chiamparino e lo si poteva capire, ma poi via via si sono aggiunti il Segretario Bersani, Ichino, Ignazio Marino, Rossi, Morando, Cabras, D’Alema, Ceccanti ed altri, ovvero le varie anime del partito, con una robusta presenza dei Veltroniani,come c’era da aspettarsi.
L’atteggiamento opposto dell’Italia dei Valori e del partito di Vendola complica ancora di più la situazione nel centro sinistra rischiando di creare veramente situazioni di non ritorno visto il netto giudizio di contrarietà all’accordo con il conseguente appello ai “principi generali della democrazia” e addirittura alla Costituzione. Si ha l’impressione di essere veramente alla vigila di un rimescolamento politico di portata storica con la maggioranza dei partiti in Parlamento ormai chiaramente orientati verso un mercato del lavoro più attento alle singole esigenze aziendali e alla flessibilità degli istituti contrattuali legati alle esigenze produttive, come avviene ormai un po’ dappertutto, e due partiti ancora tenacemente legati al contratto collettivo “erga omnes” e al nutrito corollario di garanzie sindacali come si è andato costituendo dagli anni sessanta in poi. Tra tutte le conseguenze quelle più traumatiche, ovviamente, riguardano l’ennesima spaccatura della sinistra tra i progressisti e i nostalgici del contratto unico.
Però questa volta chi non si affretta a capire che il mondo è cambiato, rischia di scomparire; perchè non si tratta soltanto di un problema sindacale, ma di visioni opposte della “civiltà del lavoro”.
NICOLANGELO D’ADAMO
L’atteggiamento opposto dell’Italia dei Valori e del partito di Vendola complica ancora di più la situazione nel centro sinistra rischiando di creare veramente situazioni di non ritorno visto il netto giudizio di contrarietà all’accordo con il conseguente appello ai “principi generali della democrazia” e addirittura alla Costituzione. Si ha l’impressione di essere veramente alla vigila di un rimescolamento politico di portata storica con la maggioranza dei partiti in Parlamento ormai chiaramente orientati verso un mercato del lavoro più attento alle singole esigenze aziendali e alla flessibilità degli istituti contrattuali legati alle esigenze produttive, come avviene ormai un po’ dappertutto, e due partiti ancora tenacemente legati al contratto collettivo “erga omnes” e al nutrito corollario di garanzie sindacali come si è andato costituendo dagli anni sessanta in poi. Tra tutte le conseguenze quelle più traumatiche, ovviamente, riguardano l’ennesima spaccatura della sinistra tra i progressisti e i nostalgici del contratto unico.
Però questa volta chi non si affretta a capire che il mondo è cambiato, rischia di scomparire; perchè non si tratta soltanto di un problema sindacale, ma di visioni opposte della “civiltà del lavoro”.
NICOLANGELO D’ADAMO
Silvano Bruno
25/01/2011 20:30:05
N.B....Consigliato al professor.Nicolangelo D'Adamo
Quel centrosinistra che abbandona i lavoratori
di Alberto Burgio
su Il Fatto quotidiano del 25/01/2011
Sul referendum di Marchionne si possono dire molte cose. Il diktat del Lingotto è anticostituzionale perché conculca il diritto (individuale e indisponibile) di sciopero, il diritto a una retribuzione equa e sufficiente, quello al riposo settimanale (se vuole, la Fiat può obbligare gli operai a lavorare per quattro mesi senza un giorno di sosta) nonché il diritto delle lavoratrici a tempi di lavoro compatibili con le esigenze della famiglia. Si scrive la parola fine alla contrattazione e al sindacato autonomo dall’impresa. Quanto a democrazia, è stato un bel giochetto chiamare impiegati e capi (che il cosiddetto accordo di Mirafiori non penalizza) a decidere per gli operai. È davvero sorprendente che Michele Ainis (sul Sole-24 Ore di martedì) metta il referendum imposto dalla Fiat nello stesso mazzo di quelli sull’acqua pubblica e contro il nucleare e il legittimo impedimento per leggervi una «domanda di democrazia». In realtà si è trattato di un ricatto. Dissentire implicava il rischio di perdere tutto, dalla rappresentanza ai diritti conquistati nella condizione di lavoro. Si capisce che Marchionne racconti che i sì hanno prevalso perché «il progetto della Fiat ha convinto», ma la sua è una battuta di spirito.
Qui però interessa un’altra questione: che cosa può avere indotto il Pd (che dovrebbe cercare il proprio consenso tra chi vive di salario e di stipendio) a sostenere le scelte di Marchionne? Vent’anni fa i gruppi dirigenti post-comunisti abbandonarono l’idea (allora maggioritaria nel movimento operaio) che la società si riproduca in forza del conflitto tra il capitale e il lavoro. E fecero propria la cultura concertativa, propria della tradizione cattolica. Con ogni probabilità ciò avvenne perché tra il 1989 e il ’91 la lotta della classe operaia parve subire una sconfitta tombale. La rivoluzione neoliberista di Reagan e Thatcher era riuscita a consacrare la tesi secondo cui non c’è niente di più moderno che fare della società un ridotto del mercato. Ebbe quindi la meglio quell’«ansia di non perdere il treno della Storia» che Hannah Arendt scorge alla base del conformismo e della rinuncia a giudicare criticamente. Ma da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Ci si dovrebbe finalmente domandare se le «innovazioni» introdotte (le privatizzazioni, la precarietà del lavoro, la fine dell’intervento pubblico) abbiano prodotto i risultati attesi. Chiedersi se il lavoro dipendente stia meglio o peggio in termini di retribuzioni, tutele e prospettive di vita. Chiedersi in particolare in che misura i lavoratori italiani si siano giovati della polarizzazione sociale per cui – restando al Lingotto – Marchionne guadagna quanto 450 operai e uno stipendio venti volte superiore a quello dell’ingegner Valletta.
Perché ce lo si deve chiedere? Perché serve a chiarirsi le idee intorno all’altro motivo che può aver spinto i dirigenti del Pd (salvo rarissime eccezioni) tra le braccia dell’a.d. della Fiat. È possibile che abbandonare l’idea e la pratica del conflitto di lavoro sia parso conveniente per conquistare il governo del Paese, un traguardo sempre sfuggito al Pci a dispetto delle sue ragguardevoli dimensioni. Ma se non da palazzo Chigi, il Pci governava comunque dall’opposizione. Lo Statuto dei lavoratori è un simbolo di questa influenza, riconosciuta anche da chi parla criticamente di «consociativismo». Al contrario, negli ultimi quindici anni il centrosinistra ha guidato il Paese per due legislature su quattro, ma che prezzo ha imposto al Paese la rinuncia alla difesa intransigente del lavoro dipendente? E che consistenza ha il consenso ottenuto dal Pd e dai partiti che gli hanno dato vita?
Ancora nell’87 il Pci valeva da solo il 26,6% dei voti, più di quanto prenderebbe oggi il Pd. Il quale, nato appena tre anni fa dalle ceneri dei due maggiori partiti della Prima repubblica, ha già perso circa un terzo della propria forza elettorale, a vantaggio di una destra sempre più forte e aggressiva. Non è improbabile che questa inarrestabile emorragia di consensi abbia qualcosa a che vedere con l’«equidistanza» dal lavoro e dall’impresa praticata dal gruppo dirigente democratico (oltre che con la comprovata propensione a non disturbare lo specialista in bunga-bunga).
Chi vuole davvero che il Paese cambi rotta dovrebbe meditare sulle due lezioni di Mirafiori. La prima ricorda che le tute blu esistono ancora, con buona pace dei teorici del post-industriale che ci affliggono da trent’anni. La seconda lezione riguarda il valore simbolico delle lotte operaie. Se è vero che in esse risuonano la rabbia e la frustrazione di tutto il mondo del lavoro, non basta deprecare la scelta del Pd di schierarsi dalla parte della Fiat. Bisogna porvi rimedio, fornendo alle lotte del lavoro il sostegno politico che oggi ancora manca. I lavoratori di questo Paese devono poter contare su un efficace scudo politico quando i loro diritti e la loro stessa dignità sono sotto attacco.
nicolangelodadamo
04/01/2011 00:01:13
Caro Angelo, e con questo commento chiudo,io sono stato, sono e rimarrò di centrosinistra (almeno me lo auguro!). Conosco abbastanza la sinistra per apprezzarne i meriti e combatterne i vecchi difetti. Prodi ha sconfitto Berlusconi due volte e per due volte non è stato mandato a casa dal centrodestra, ma dal massimalismo della sinistra e da qualche venduto. Conservo l'amarezza nel cuore per quei ministri che scendevano in piazza a manifestare contro il governo di cui facevano parte, le scellerate pretese di tutto e subito e non dimentico la disgraziata stagione delle "trentascinque ore". Quando sento il linguaggio di Landini avverto la nausea del "già sentito" e del "già visto". Ora mi auguro che non ci siano le primarie perchè sapendo come amiamo farci del male, può darsi che vinca Vendola e così saltiamo un altro giro.
Ho un'età in cui si hanno molti ricordi e poche speranze. Quelle poche mi fanno sognare una sinistra europea laburista, scandinava, epurata anche nel linguaggio, ma soprattutto moderna nei metodi, ovvero profondamente laica nel senso che non ci sono per un militante di sinistra tabù inviolabili: tutto può essere ridìscusso e aggiornato (anche lo statuto dei lavoratori!). Lo stesso concetto di lavoratore va aggiornato. Sai benissimo, meglio di me, quannto è fortemente segmentato il mercato del lavoro, quante tipologie lavorative sfuggono alle classificazioni tradizionali e sono senza copertura sindacale: ne vogliamo parlare? E' pronto il sindacato italiano a confrontarsi con le nuove sfide del mercato? Per esempio sarebbe in grado di gestire i fondi pensione? La cultura meramente rivendicazionista del nostro sindacato non lo posso più accettare; quello che una volta era il vero sindacalismo conferale, oggi è un organismo corporativo e settoriale. Possibile che non ricordano la scottatura del 14 ottobre del 1980?.
Ma adesso basta, caro Angelo, sai che ti stimo e ti apprezzo, anche per le tue scelte politiche. Tieni presente che parlo di sindacati a cui ho dato molti anni di attivismo, ma da 30 anni non mi hanno più rappresentato, perchè ho commesso l'errore di diventare dirigente e quindi ero per definizione.... la "controparte".Stammi bene.Delle violenti critiche degli altri non mi curo: "flatus vocis"!.
angelo del lupo
03/01/2011 19:58:56
Caro Professore , e' proprio il coraggio che manca al PD ! ( e te lo dice chi ha sempre votato PD ).
Siamo stati al governo in 2 occasioni e per alcuni anni : non abbiamo affrontato la questione del conflitto di interessi , ne' abbiamo modificato la tanto vituperata legge elettorale.
Questo vuol dire che qualcuno nel PD non e' poi tanto avverso a Berlusconi.
Parli di riforme importanti di cui sentiamo da anni ma mi vuoi spiegare con chi il PD vuole fare queste riforme?
I cattivoni della sinistra , adulatori di operai? no.... restano Casini e Fini....fai tu...anzi fate Voi...........
nicolangelodadamo
02/01/2011 23:35:55
Caro Angelo Del Lupo, non so per quanto tempo esisterà ancora il PD: sono stato sostenitore delle ragioni politiche ed ideali alla base di quel partito e quelle ragioni sono tutte valide anche oggi. Se non ci sarà più il PD ci sarà qualcosa di simile.... Però per convincermi dovrà essere un partito realista, che ama fare i conti con la realtà più dura e pericolosa, e non lascia a Berlusconi la gestione dei temi fondamentali della società moderna che necessitano di cambiamenti radicali, ancorchè dolorosi: l'approccio sindacale diverso ai problemi aziendali, la riforma degli studi universitari e del personale dell'Università, l'urgente abolizione dell'obsoleto valore legale dei titoli di studio, la meritocrazia sempre e ovunque, la riforma del Parlamento e dello status dei parlamentari, la riforma della giustizia e la responsabilità civile dei giudici e potrei continuare. Su questi temi la sinistra , ad oggi, ha detto una serie di no e qualche apertura della grandezza di un pertugio. Le divisioni permanenti, la confusione, una buona dose di demagogia, le rendite di posizione hanno reso il centrosinistra sempre più debole e di fatto conservatore consentendo a Berlusconi di stravincere. Adesso basta: il nuovo va gestito dal centrosinistra con grande coraggio, anche a rischio di farsi prendere a parolacce. Certo ci vuole coraggio: è molto più facile blandire gli operai. Non l'ho fatto con il personale che ho gestito per 28 anni, non lo farò certo oggi.
angelo del lupo
02/01/2011 10:32:49
Condivido largamente le obiezioni di Silvano e Bruno , cui potrei aggiungere quella , di fondo, sulla incapacità della FIAT di produrre automobili competitive sui mercati mondiali ( rimando in proposito al mio commento sullo stesso scritto di D' Adamo riportato sul sito del "grillo").
Qui vorrei aggiungere una considerazione piu' squisitamente politica sull' enfasi che si pone da qualche parte del PD , nell' evidenziare le posizioni "oltranziste e superate" di Vendola e Di Pietro.
E' del tutto evidente che la "crisi" viene manipolata nel nostro Paese da una classe politica e manageriale incapace e corrotta , orientata esclusivamente a scaricare i costi della crisi sulle classi
dei "1000" euro al mese , sui precari e cassintegrati dei "500" euro al mese e sui disoccupati dei "0" euro al mese.
Di fronte a questa "nuova civilta'" del lavoro il PD guarda al centro e prende le distanze dai possibili alleati di sinistra e l' amico D'Adamo non riesce a comprendere che se c'e' un partito destinato a scomparire e' proprio il PD.
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