Domenica, 30 Agosto 2026 AbruzzoMORRONE: INCHIESTA SU INCENDI, CI FURONO ANCHE NEL 2017D’ALFONSO A SCELLI: “SCELTE SCIENTIFICHE, NON OMISSIVE”Mentre l’Abruzzo continua a bruciare, in una lunga estate di fuoco segnata da numerose emergenze che tengono impegnati da settimane uomini e mezzi, prosegue senza sosta anche il lavoro delle Procure, con le indagini aperte su più fronti. Il primo, quello che da più tempo desta preoccupazione e dove da due giorni è riscattato l’allarme dopo una situazione che sembrava ormai essere sotto controllo, è quello che riguarda il vasto rogo sul monte Morrone. Il fascicolo è stato aperto lo scorso 9 agosto quando erano comparse le prime fiamme, ipotizzando oltre al dolo una presunta mancata bonifica a seguito del grave incendio del 2017, che distrusse 1.200 ettari di bosco, un rogo di natura dolosa ma per il quale non vennero scovati i colpevoli. A segnalare il rinvenimento di materiale carbonizzato era stato il direttore regionale della Protezione civile, Maurizio Scelli, che ha parlato di una “polveriera”, mentre oggi a replicare duramente è il deputato Pd Luciano D’Alfonso, all’epoca presidente della Regione, che escludendo responsabilità rispetto alle operazioni di bonifica ha assicurato “l’esatta applicazione dei protocolli scientifici internazionali di gestione post-incendio”. Escluso il dolo – visto che secondo la Procura peligna l’incendio è partito in un punto irraggiungibile da qualsiasi piromane e non è stato trovato nessun innesco -, l’obiettivo è quindi fare luce sulla gestione dell’emergenza. Al momento non ci sono capi di accusa né indagati ma, nei giorni scorsi, il sostituto procuratore della Repubblica di Sulmona, Edoardo Mariotti, ha effettuato un sopralluogo sul fronte incendiario a Roccacasale (L’Aquila), per mantenere alta l’attenzione dopo circa 20 giorni di lotta ai roghi che hanno divorato centinaia di ettari di bosco. Nel mirino dell’autorià giudiziaria – come riferito dal Centro – risorse umane, finanziarie e danni incalcolabili: in circa 20 giorni, infatti, sono stati impiegati in media sessanta uomini al giorno tra protezione civile, vigili del fuoco e nono reggimento alpini e sono stati spesi 4,6 milioni di euro solo per l’impiego di mezzi aerei. Nei momenti più complicati sono volati sono due mezzi sui cieli peligni mentre in alcune giornate si è arrivati a fare il “pieno” con ben sei elicotteri tra flotta dello Stato, protezione civile e Eriksson. Situazione diversa, invece, su un altro fronte che ha destato apprensione e dove invece è stato accertato il dolo, ovvero l’incendio che ha devastato le campagne aquilane di Roio e Bagno, partito da Lucoli lo scorso 21 luglio. Qui, il 4 agosto, è stato trovato un innesco, controllato e monitorato fino all’arrivo del personale della squadra volante e della polizia scientifica. Le indagini proseguono in questa direzione.
I ROGHI SUL MORRONE Dopo i primi pennacchi di fumo avvistati lo scorso 9 agosto, l’azione di attacco era stata subito incisiva con due Canadair e due elicotteri. Le squadre da terra avevano dovuto fare i conti con un sottobosco complicato da gestire e con sentieri pressoché inaccessibili a causa del materiale accumulato e della prevenzione del tutto assente. Un punto questo su cui la Procura accenderà probabilmente i fari come effetto scatenante dell’incendio. La situazione si era placata alla vigilia del Ferragosto quando il fronte incendiario sembrava sotto controllo, scenario totalmente ribaltato la sera di domenica 16 agosto quando, le raffiche di vento a 150 km/h danno vita al cosiddetto “Morrone bis”. Stessa scena del 2017 con la montagna che brucia questa volta sopra Roccacasale. Un’ipotesi di evacuazione viene subito scartata. A mettere il centro abitato in sicurezza cosi come gli allevamenti sono stati fin da subito il direttore dell’agenzia regionale di protezione civile, Maurizio Scelli, e il sindaco di Roccacasale, Enrico Pace. Scelli richiede e ottiene dal prefetto Vito Cusumano il nono reggimento degli alpini per dare manforte all’emergenza. L’Esercito arriva sulla montagna il 17 agosto. Il 19 agosto il Genio Militare di Roma manda il Bulldozer in grado di aprire i sentieri. Il vasto rogo diventa silente il 24 agosto. Il 26 agosto si sale sul sentiero R4 dove la protezione civile scrive la storia con l’esercizio realizzando la linea tagliafuoco di cinque chilometri per collegare i Comuni di Roccasale e Pratola Peligna. Tutto sembra finito fino alla sera del 27 agosto, quando il vento a 100 km/h rinvigorisce l’incendio. Si torna così indietro di dieci giorni. Tutto come quel 16 agosto. Nella mattinata del 27 agosto un operatore di protezione civile segnala al direttore delle operazioni di spegnimento un pennacchio residuale in alta montagna. Segnalazione che sarebbe stata del tutto ignorata. I PRECEDENTI Nell’incendio del 2023 erano stati messi sotto inchiesta quattro imprenditori, uno del posto e altri tre del teatino. Al centro dell’attenzione erano finiti la gestione dei pascoli e la lotta per ottenere gli indennizzi europei. Nel 2017 il mega incendio che distrusse 1200 ettari di bosco era rimasto impunito. All’epoca era chiara la matrice dolosa con il rinvenimento di cinque inneschi in cinque Comuni differenti.
LE POLEMICHE SCELLI: “UNA POLVERIERA, ABBIAMO TROVATO ALBERI BRUCIATI DALL’INCENDIO DEL 2017” L’emergenza incendi accende anche le polemiche in Abruzzo e nel mirino finiscono le dichiarazioni del direttore della Protezione civile Maurizio Scelli. Si parte da quanto dichiarato, lo scorso 19 agosto, al quotidiano Il Germe: “Salendo su oggi abbiamo trovato alberi bruciati dall’incendio del 2017. È uno di quei fattori che hanno alimentato le fiamme ed è una cosa a cui bisogna porre rimedio. Ne ho già parlato con il presidente Marco Marsilio, l’Abruzzo ha un patrimonio boschivo importante e non si è intervenuti sugli incendi del passato, di fatto è una polveriera. Per questo l’idea è quella di creare una squadra, con competenze e formazione specifica, quella che è venuta meno dopo l’accorpamento del Corpo forestale ai carabinieri, che lavori tutti l’anno: per otto mesi alla prevenzione, al riordino e alla cura dei boschi, e nei tre mesi estivi di punta, insieme ai vigili del fuoco e tutti gli altri soccorsi, per le emergenze”.
D’ALFONSO: “NESSUNA INERZIA, SCELTE DETTATE DALLA SCIENZA” Proprio in merito alle dichiarazioni di Scelli relative al rinvenimento di materiale carbonizzato risalente ai roghi del 2017, in una nota il deputato Pd Luciano D’Alfonso, all’epoca presidente della Regione, interviene “per fare chiarezza e ristabilire e rendere disponibile la verità storica e scientifica dei fatti, respingendo fermamente ogni ipotesi di presunta inerzia o mancata bonifica”, sottolinea. “La presenza di residui legnosi carbonizzati a terra non è il frutto di abbandono o di trascuratezza amministrativa, ma l’esatta applicazione dei protocolli scientifici internazionali di gestione post-incendio – dice D’Alfonso – Già nel 2017, come opportunamente documentato dagli organi di stampa e dai dibattiti vissuti dell’epoca, aprimmo giustamente il confronto con i massimi esperti del settore forestale e ambientale. La linea d’azione scelta non fu una decisione stupefacente o arbitraria, ma il frutto delle indicazioni rigorose e risalenti della comunità scientifica”. “Oltretutto, in aggiunta, nella riunione tenutasi a settembre del 2017 a Pescara nella sede della Regione i sindaci dei comuni colpiti dagli incendi manifestarono la loro contrarietà motivata dal rispetto alla bonifica e rimboschimento. La Protezione Civile ha l’encomiabile compito di prevenzione, protezione e gestione l’emergenza, e di spegnimento, ma la ricostruzione ecologica dei boschi e la gestione del territorio post-evento appartengono pacificamente alla scienza forestale. Rivendico la correttezza di aver dato la parola agli esperti, come accade normalmente non solo in Italia. Il tempo e la rinascita apprezzata in questi anni dei boschi del Morrone dimostrano che la via della prudenza scientifica era l’unica corretta per preservare il nostro patrimonio ambientale”, conclude D’Alfonso. |
