Sabato, 2 Maggio 2026 Abruzzo

PNRR Lavoro, in Abruzzo speso il 38% delle risorse

Solo Veneto e Liguria e Marche sopra il 60%

 L’Abruzzo ha speso 22,4 milioni su 57,7 milioni disponibili, ovvero il 38% de fondi del Pnrr per il lavoro, nona in Italia, terza al Sud, dopo Sicilia e Campania per le politiche attive, per la formazione e per il potenziamento dei Centri per l’impiego

Lo attesta la Fondazione Openpolis che ha esaminato lo stato di avanzamento degli interventi previsti, regione per regione, previsti da Piano nazionale di ripresa e resilienza che intervengono direttamente nell’ambito delle politiche del lavoro,  per un importo complessivo di circa 5,7 miliardi di euro.

Uno degli indicatori utili per valutare lo stato di avanzamento dei lavori è il rapporto tra pagamenti già effettuati e il valore totale dei diversi progetti finanziati.

E la regione più avanti da questo punto di vista è il Veneto, che ha già erogato circa 237 milioni di euro a fronte dei circa 335,4 milioni assegnati (70,6%). Solamente altre due regioni hanno già superato la soglia psicologica del 50%. Si tratta di Liguria (64,6%) e Marche (63,5%).

A seguire Emilia Romagna, Umbria Puglia Friuli Campana e dunque l’Abruzzo.

Le aree più indietro da questo punto di vista invece sono Basilicata (7,85), Lazio (14,3%) e Sardegna (24,3%).

La parte più consistente di questo asse di intervento è assorbita dalla riforma riguardante le politiche attive del lavoro e la formazione.

Tale misura, una delle poche riforme ad avere una dotazione finanziaria, cuba da sola circa 4,6 miliardi di euro. Troviamo poi l’investimento sul sistema duale per un importo di 600 milioni di euro e il potenziamento dei centri per l’impiego con circa 482 milioni.

A questi investimenti si aggiunge anche un’altra riforma, quella riguardante la lotta al lavoro sommerso a cui si può collegare un altro sub-investimento di circa 30 milioni riguardante il superamento degli insediamenti abusivi al fine di contrastare il caporalato in agricoltura

La riforma delle politiche attive del lavoro rappresenta l’intervento più rilevante del Pnrr in questo ambito, sia per risorse impiegate sia per centralità nel disegno complessivo del piano.

Con questa misura si punta infatti a superare la storica frammentazione territoriale dei servizi e costruire un sistema nazionale fondato su livelli essenziali delle prestazioni, integrando politiche attive e formazione.

Il modello prevede una presa in carico personalizzata degli utenti e la loro collocazione in diversi percorsi, calibrati sulla distanza dal lavoro e sulle caratteristiche individuali.

Architrave di questa riforma è il programma Gol (Garanzia occupabilità dei lavoratori) che punta a rafforzare i servizi per l’impiego e favorire il reinserimento lavorativo, soprattutto per le persone più distanti dal mercato del lavoro.

Dal punto di vista degli obiettivi europei, la misura prevedeva inizialmente due milestone, raggiunte tra il 2021 e il 2022, relative all’adozione del quadro normativo e dei piani regionali.

A queste si aggiungevano tre target principali da conseguire entro il 2025. Il più rilevante era quello di raggiungere almeno 3 milioni di beneficiari, di cui almeno il 75% fragili. Rientrano in questa categoria Neet, donne svantaggiate, disabili, lavoratori over 55, disoccupati di lunga durata e lavoratori poveri. A questo si accompagnava anche un obiettivo sulla formazione (800mila persone) e uno sulla capacità dei centri per l’impiego di garantire i livelli essenziali delle prestazioni (Lep).

I milestone e i target sono gli obiettivi e i traguardi da conseguire ogni trimestre fino al 2026, per completare tutte le misure del Pnrr. Con la revisione del Pnrr del 2025, è stato eliminato il vincolo del 75% di beneficiari appartenenti a categorie vulnerabili, mentre l’obiettivo relativo ai centri per l’impiego è stato reso più flessibile. Non è più riferito a ciascuna regione ma all’insieme del territorio nazionale. Anche il target sulla formazione ha visto una rimodulazione, con una parte degli obiettivi (200mila beneficiari) posticipata al 2026.

Strettamente collegato alla riforma delle politiche attive del lavoro troviamo anche l’investimento riguardante il potenziamento dei centri per l’impiego. Con una dotazione di circa 482 milioni di euro, l’obiettivo di questo investimento è quello di rafforzare l’infrastruttura, migliorandone la capacità operativa e l’efficacia.

La misura prevedeva una milestone iniziale, raggiunta nel 2022, relativa al completamento di una quota significativa delle attività previste nei piani regionali. A questa si affiancano due target principali: il completamento degli interventi di potenziamento in almeno 326 centri entro la fine del 2025 e la ristrutturazione o il rinnovo di almeno 270 sedi entro il 2026.

In base alle informazioni disponibili, il primo target risulta raggiunto, con un numero di centri coinvolti superiore a quello previsto (347 Cpi rendicontati). Anche sul fronte infrastrutturale l’attuazione è in corso, con centinaia di sedi interessate dagli interventi.

Anche in questo caso tuttavia si sono registrate delle difficoltà attuative che hanno portato a una revisione significativa. In particolare la misura ha subito un parziale definanziamento dovuto alla reale capacità di realizzazione e rispetto dei tempi necessari per completare gli interventi. Questa rimodulazione ha portato all’esclusione di alcune attività non compatibili con le scadenze del Pnrr. Tali interventi dovranno essere eventualmente completati con altre fonti di finanziamento.

Altro asse di intervento la formazione, che il Pnrr finanzia con circa 600 milioni di euro, per rafforzare l’integrazione tra istruzione e lavoro attraverso percorsi formativi che combinano apprendimento teorico ed esperienza pratica, anche tramite l’apprendistato.

C’è poi la misura relativa alla lotta la  lavoro sommerso, con il rafforzamento dell’attività ispettiva, con una media di almeno 102.895 ispezioni annue nel triennio 2023-2025 e l’incremento del numero di imprese iscritte alla rete del lavoro agricolo di qualità. Le informazioni disponibili indicano che questi obiettivi sono stati raggiunti, visto che il numero medio di ispezioni ha   superato le 110mila unità annue, andando oltre quanto previsto.