Mercoledì, 11 Febbraio 2026 VastoIl geologo Luigi di Totto: “Vasto è su una base di argilla, impossibile evitare tutti i rischi”Dopo la presentazione di una interrogazione si riaccende l'attenzione sulla frana del 1956Stesso assetto geologico e morfologico. Stessa fragilità del territorio. Sono le caratteristiche che accomunano Vasto a Niscemi, la località siciliana interessata dal 16 gennaio da una frana di notevoli dimensioni che ha comportato l’evacuazione di 1.500 persone. Un fenomeno che ha fatto risuonare l’allarme in tutta Italia, ma soprattutto in quelle città notoriamente soggette a dissesto idrogeologico. Ed è il caso di Vasto. Chi non ricorda la rovinosa frana del 1816 e quella del 1956 che distrusse l’antico quartiere del Parco Muro delle Lame? Che ruolo hanno le opere di consolidamento e quali sono gli strumenti di prevenzione da adottare? Ne parliamo con il geologo Luigi Di Totto, profondo conoscitore del territorio. La tragedia di Niscemi ha acceso un faro sul dissesto idrogeologico. Com’è la situazione a livello locale? “Vasto come Niscemi è caratterizzata da una frana secolare dovuta all’assetto geologico e stratigrafico dell’area”, spiega l’esperto, “questo tipo di frana, che ha la caratteristica di essere di grandi dimensioni, si innesca in seguito ad eventi eccezionali, come le precipitazioni intense oppure fuori stagione. Ad esempio la frana del 1816 è stata generata dall’eruzione del vulcano Tambora, che portò ad un anno senza estate e innescò una frana molto più grande nel 1956, un anno in cui ci fu una nevicata fuori stagione, nel mese di aprile. L’evento meteorologico eccezionale è l’innesto, ma l’elemento preparatorio è l’assetto geologico e stratigrafico”. Che cosa rende il territorio di Vasto così fragile? “L’assetto geologico: ci troviamo in una zona collinare che si chiama avanfossa, riempita di materiali con alla base l’argilla e al tetto le sabbie conglomerate che sono meno erodibili e creano delle aree pianeggianti con le famose scarpate. Nel momento in cui si allenta l’argilla alla base partono i costoni. Sono frane talmente grandi ed importanti che se si dovessero verificare delle condizioni eccezionali non è garantito che le opere realizzate riescano a resistere.” Che ruolo hanno gli interventi di consolidamento che sono stati realizzati in tutti questi anni lungo il fragile costone orientale? “Gli interventi che sono stati effettuati hanno la finalità di mitigare il rischio, ma non di escluderlo. Bisogna porre molta attenzione alla edificazione, ma soprattutto allo sfruttamento del territorio. Occorre massima cautela nell’edificare. La pianificazione ha un ruolo fondamentale, bisognerebbe potenziare gli uffici che se ne occupano dotandoli di adeguate risorse”. Negli anni ci sono state diverse opere di consolidamento lungo il costone orientale, ma si è continuato a costruire. Non è un paradosso? “Manca la consapevolezza. Il grande problema che abbiamo è dovuto al fatto che questi eventi si verificano a distanza temporale molto ampia rispetto alla vita di un uomo. C’è anche il fattore psicologico: chi subisce questo tipo di trauma tende a rimuoverlo. Guarda il bellissimo paesaggio che ha di fronte e pensa di costruire una casa o un ponte per godere della impareggiabile vista. Non pensa che prima o poi potrebbe succedere una nuova frana. Il paesaggio non rimane stabile nel tempo. Ad esempio il Fosso dell’Anghella è praticamente una trincea di frana. Che cosa vuol dire? Che prima o poi quel blocco si staccherà e andrà verso il mare. Torno quindi a ribadire che è necessaria la massima cautela nell’edificare”. Quali sono le zone di Vasto più soggette a dissesto idrogeologico? “Sicuramente il costone orientale con via Tre Segni, la Loggia Amblingh e via Adriatica. Poi ci sono la zona dell’Anghella, le scarpate di via Del Porto e la collina di Montevecchio”. Anna Bontempo (Il Centro)
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