Sabato, 10 Dicembre 2011 Nazionali

Rinunciare alla vita: solidarietà o cedimento?

Una riflessione di mons. Bruno Forte

di Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti-Vasto

Non è facile la riflessione che sto per proporre. Non lo è anzitutto perché davanti al mistero della morte, di qualunque morte, ciò che più si addice è il silenzio. E non lo è perché qualunque parola si dica di fronte a questa morte comunque inquietante - il “suicidio assistito” di Lucio Magri,
un uomo pubblico, che ha vissuto con passione la storia dell’Italia repubblicana -, si rischia di essere pregiudizialmente giudicati, quasi che la lettura di quel gesto comporti inevitabilmente una presa di posizione ideologica, una sorta di sentenza scontata a seconda di chi intervenga. Ecco perché ritengo giusto affermare che quanto cercherò di esprimere è parola “seconda”, che segue al silenzio prolungato della riflessione e della preghiera, cui il mio cuore di credente si è immediatamente aperto di fronte alla notizia, e volutamente rifugge da ogni giudizio sul sacrario
della coscienza, in cui solo ciascuno può tentare di entrare per sé, e dove, per chi ha fede, entra unicamente il giudizio dell’amore giusto e misericordioso di Dio. Lucio Magri, dunque, giovane democristiano negli anni cinquanta, passato poi attraverso le diverse avventure della sinistra
italiana, fondatore con altri de Il Manifesto e protagonista di non poche battaglie politiche su posizioni di critica spesso radicale nei confronti dei “vincenti” di turno, ha comprato un biglietto di sola andata per la Svizzera, dove, in un centro a ciò predisposto, in base alle leggi di quel Paese, si è
fatto accompagnare fino all’atto estremo del suicidio, per cui tutto era stato accuratamente predisposto. Gli amici, che nulla avevano potuto di fronte alla depressione che aveva invaso quel cuore, specialmente dopo la morte della persona amata, sono stati puntualmente informati una volta
compiutosi l’atto estremo, senza ritorno.
Una scelta disperata? Una rinuncia finale a ogni possibile conforto, a ogni sia pur lieve barlume di speranza? O - come qualcuno ha dichiarato - una scelta da rispettare e basta, senza tener conto della possibile ricaduta che inevitabilmente una simile azione, specialmente in quanto compiuta da un uomo pubblico, ha potuto o potrà avere su altri? A rispondere a questi interrogativi può forse aiutare la vicenda stessa di Magri. Siamo nell’Italia della metà degli anni cinquanta e il dibattito interno al partito di maggioranza relativa, la Democrazia Cristiana, si va facendo
incandescente. Fra i giovani militanti di quella forza politica si forma una consistente minoranza di sinistra, che riconosce i suoi leaders proprio in Lucio Magri e altri. Furono questi a dar voce alla loro insoddisfazione di fronte a quello che ritenevano l’immobilismo sociale e politico dei capi,
dando vita al mensile Il ribelle e il conformista. Il nome del periodico intendeva ricordare da una parte il foglio Il ribelle del partigiano cattolico bresciano, ucciso dai tedeschi, Teresio Olivelli, e dall’altra il romanzo da poco pubblicato di Alberto Moravia Il conformista: un sorta di sì gridato al
coraggio di chi lotta e dà la vita per la causa, e di no a chi rinuncia a lottare e si arrende alla logica dominante. L’editoriale del primo numero, uscito nel gennaio 1955, faceva comprendere il perché di quel titolo: ispirandosi a precise “scelte culturali” e ad “atteggiamenti morali”, in specie all’ “eredità della resistenza e della tradizione dossettiana”, il periodico si proponeva come voce e strumento di “un’esigenza strategicamente rivoluzionaria”, al cui servizio intendeva elaborare un discorso
“rigorosamente politico”, tale da giudicare “le forze e la situazione” e individuare “una meta strategica, che definisse i successivi momenti tattici”. Compito del mensile voleva essere insomma quello di compiere una “rottura, il lancio delle ipotesi, l’inizio di un dibattito, in una parola, la
battaglia delle idee”. L’appello era rivolto a tutte le forze giovanili italiane e trasudava - anche nel linguaggio fra l’ispirato e il visionario - di un atteggiamento fondamentale di speranza, di reazione alla stasi, di nuovo inizio in nome di una migliore città futura, accogliente e giusta per tutti.
Sono passati più di cinquant’anni da quel grido di riscossa giovanile. Ora Lucio Magri non può più far sentire la sua voce, come peraltro da tempo mi pare avesse scelto di fare. Se n’è andato volontariamente a cercare la morte in un paese straniero, paradossalmente proprio quello che la
militanza rivoluzionaria di alcuni anni fa avrebbe definito senza scusanti un Paese “borghese”. Il suo ultimo respiro lo ha emesso nell’ambiente ovattato di una clinica deputata ad assistere la volontà di farla finita di alcuni (si calcola un paio di centinaia di persone all’anno), una sorta di
tempio della morte desiderata e accompagnata per chi ha decisione e mezzi per farlo. A quanti credono che la vita è dono e che solo al Dio donatore spetta di porle fine, la scelta appare evidentemente inaccettabile, contraria alla vocazione più profonda impressa nel cuore umano dal
suo Creatore. Al di là di ogni giudizio morale, però, non mi sembra impropria la domanda se questa sia stata una morte da “ribelle” o da “conformista”. Di fronte alla deriva rinunciataria e al riflusso nel privato di molta cultura post-ideologica o - come si ama dire - “post-moderna”, l’impressione è di trovarsi dinanzi più a un cedimento che a una ribellione. Senza minimamente giudicare il cuore, oggettivamente ritengo quest’atto tutt’altro che una riscossa anticonformista. Ciò di cui c’è bisogno,
in tutti, e specialmente in chi è più provato dall’attuale crisi economica e sociale, è un atto di coraggio, uno sforzo collettivo perché nessuno cada nel baratro: insomma, una “ribellione”, non nel segno della violenza o dell’ideologia rivelatasi asfissiante e totalitaria, ma in quello della
solidarietà, dell’amore umile e concreto, di quei piccoli (e grandi) segni di speranza, di cui tutti abbiamo bisogno per vivere, amare e dare agli altri, specialmente ai giovani, ragioni di vita e di speranza. Riflettere su questa morte potrà aiutarci, forse, ad amare di più la vita e a volerla migliore
per tutti.