"Essere prete, un segno per il nostro tempo"
La riflessione di monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto
Pubblicato su "Il Centro"
di Bruno Forte
Il prossimo 29 giugno, solennità dei santi Pietro e Paolo, avrò la gioia di ordinare cinque sacerdoti nella Cattedrale di Chieti, tutti figli della nostra terra. Fra loro, due vengono da esperienze di lavoro già avviate, Andrea e Gianni, due da scelte compiute negli anni della scuola, Gianluca e Giuseppe, uno da una laurea in economia, Luca.
In un momento di tante ombre e sofferenze legate alle colpe di qualche prete infedele, la scelta umile e generosa di questi giovani pone a tutti noi una domanda: quali sono le motivazioni che fanno sensata e bella, oggi come ieri e forse più di ieri, l'avventura di essere preti? Che cosa può attrarre al sacerdozio i figli del «post-moderno», tempo di solitudini e di frammentazioni, di riflusso nel privato e di «società liquida», priva di appigli forti e attraversata da inquietudini profonde? Che cosa può spingere un giovane a giocare la propria vita per la Chiesa in una stagione in cui ad essa non vengono risparmiati attacchi e critiche da tante parti?
Per quanto paradossale possa apparire, ciò che mi sembra renda attraente oggi una vita da prete è semplicemente il suo porsi come una misteriosa attualizzazione del mistero dell'Incarnazione. Il prete come «alter Christus», totalmente di Cristo, come Lui totalmente per gli altri e per Dio, è un segno eloquente anche per il nostro oggi! Lo è, anzitutto, perché, di fronte ad una cultura nella quale il profitto e l'interesse vengono presentati come mete, cui finalizzare ogni altra scelta di vita, il fatto che ci siano persone disposte a vivere un'esistenza per gli altri all'insegna della gratuità, appare al tempo stesso sconvolgente ed intrigante. Essere preti oggi non è certo una «sistemazione» per nessuno: è un rischio, una scommessa, che sovverte la logica della corsa al maggior guadagno e le antepone la bellezza - perfino «perdente» - del dono. La forza del prete sta proprio nella sua «debolezza»: è il suo non avere interessi di partito, il suo esistere per gli altri senza dover accontentare i gusti di nessuno, a renderlo credibile.
Scriveva don Lorenzo Milani ai suoi ragazzi di Barbiana: «Dicesi commerciante colui che accontenta i gusti dei suoi clienti; dicesi maestro colui che li contesta e li cambia». Il prete è credibile perché ha scelto contro corrente, nella misura in cui ha voluto ed ha saputo essere libero anche dal proprio calcolo e dal proprio profitto. Lo ricordava Benedetto XVI nell’omelia per l’ordinazione sacerdotale di quattordici giovani a Roma lo scorso 20 giugno: «Il sacerdozio, non può mai rappresentare un modo per raggiungere la sicurezza nella vita o per conquistarsi una posizione sociale. Chi aspira al sacerdozio per un accrescimento del proprio prestigio personale e del proprio potere ha frainteso alla radice il senso di questo ministero...
Il sacerdozio si fonda sul coraggio di dire sì ad un’altra volontà, nella consapevolezza, da far crescere ogni giorno, che proprio conformandoci alla volontà di Dio, immersi in questa volontà, non solo non sarà cancellata la nostra originalità, ma, al contrario, entreremo sempre di più nella verità del nostro essere e del nostro ministero». Solo così il prete può offrirsi come «maestro», anche al di là della sua stessa consapevolezza e delle sue realizzazioni. In una società, che è sempre più dominata dall’incomunicabilità e dalla paura degli altri, un’esistenza «donata», giocata «soltanto» per un amore esigente e totale, appare una possibilità di rinascita, un segno di contraddizione sovversivo e liberante, come lo fu quella del Figlio eterno venuto nella carne per amore, soltanto per amore.
C’è però un’altra motivazione del richiamo che la figura del prete può esercitare nella nostra cultura secolarizzata: l’esistere per gli altri rimanda al mistero dell’Altro, alla vivificante e trasformante esperienza di Dio. La vita consacrata alla causa del Vangelo è testimonianza del primato assoluto dell’Eterno, è messaggio - più eloquente di ogni parola - di come Dio solo basti per dare alla vita e alla storia significato e speranza. In un tempo di crollo di ogni certezza e di palese fallimento delle presunzioni totalizzanti della ragione ideologica, un’esistenza totalmente abbandonata a Dio, perdutamente innamorata di Lui, appare come un riferimento luminoso, annuncio di un’alternativa possibile. L’incarnazione non è solo il movimento dall’eternità al tempo, ma anche l’altrimenti impensabile possibilità del movimento opposto, quello capace di portare nel cuore di Dio il dolore e la morte degli uomini, le stagioni del tempo e le contraddizioni della storia.
di Bruno Forte
Il prossimo 29 giugno, solennità dei santi Pietro e Paolo, avrò la gioia di ordinare cinque sacerdoti nella Cattedrale di Chieti, tutti figli della nostra terra. Fra loro, due vengono da esperienze di lavoro già avviate, Andrea e Gianni, due da scelte compiute negli anni della scuola, Gianluca e Giuseppe, uno da una laurea in economia, Luca.
In un momento di tante ombre e sofferenze legate alle colpe di qualche prete infedele, la scelta umile e generosa di questi giovani pone a tutti noi una domanda: quali sono le motivazioni che fanno sensata e bella, oggi come ieri e forse più di ieri, l'avventura di essere preti? Che cosa può attrarre al sacerdozio i figli del «post-moderno», tempo di solitudini e di frammentazioni, di riflusso nel privato e di «società liquida», priva di appigli forti e attraversata da inquietudini profonde? Che cosa può spingere un giovane a giocare la propria vita per la Chiesa in una stagione in cui ad essa non vengono risparmiati attacchi e critiche da tante parti?
Per quanto paradossale possa apparire, ciò che mi sembra renda attraente oggi una vita da prete è semplicemente il suo porsi come una misteriosa attualizzazione del mistero dell'Incarnazione. Il prete come «alter Christus», totalmente di Cristo, come Lui totalmente per gli altri e per Dio, è un segno eloquente anche per il nostro oggi! Lo è, anzitutto, perché, di fronte ad una cultura nella quale il profitto e l'interesse vengono presentati come mete, cui finalizzare ogni altra scelta di vita, il fatto che ci siano persone disposte a vivere un'esistenza per gli altri all'insegna della gratuità, appare al tempo stesso sconvolgente ed intrigante. Essere preti oggi non è certo una «sistemazione» per nessuno: è un rischio, una scommessa, che sovverte la logica della corsa al maggior guadagno e le antepone la bellezza - perfino «perdente» - del dono. La forza del prete sta proprio nella sua «debolezza»: è il suo non avere interessi di partito, il suo esistere per gli altri senza dover accontentare i gusti di nessuno, a renderlo credibile.
Scriveva don Lorenzo Milani ai suoi ragazzi di Barbiana: «Dicesi commerciante colui che accontenta i gusti dei suoi clienti; dicesi maestro colui che li contesta e li cambia». Il prete è credibile perché ha scelto contro corrente, nella misura in cui ha voluto ed ha saputo essere libero anche dal proprio calcolo e dal proprio profitto. Lo ricordava Benedetto XVI nell’omelia per l’ordinazione sacerdotale di quattordici giovani a Roma lo scorso 20 giugno: «Il sacerdozio, non può mai rappresentare un modo per raggiungere la sicurezza nella vita o per conquistarsi una posizione sociale. Chi aspira al sacerdozio per un accrescimento del proprio prestigio personale e del proprio potere ha frainteso alla radice il senso di questo ministero...
Il sacerdozio si fonda sul coraggio di dire sì ad un’altra volontà, nella consapevolezza, da far crescere ogni giorno, che proprio conformandoci alla volontà di Dio, immersi in questa volontà, non solo non sarà cancellata la nostra originalità, ma, al contrario, entreremo sempre di più nella verità del nostro essere e del nostro ministero». Solo così il prete può offrirsi come «maestro», anche al di là della sua stessa consapevolezza e delle sue realizzazioni. In una società, che è sempre più dominata dall’incomunicabilità e dalla paura degli altri, un’esistenza «donata», giocata «soltanto» per un amore esigente e totale, appare una possibilità di rinascita, un segno di contraddizione sovversivo e liberante, come lo fu quella del Figlio eterno venuto nella carne per amore, soltanto per amore.
C’è però un’altra motivazione del richiamo che la figura del prete può esercitare nella nostra cultura secolarizzata: l’esistere per gli altri rimanda al mistero dell’Altro, alla vivificante e trasformante esperienza di Dio. La vita consacrata alla causa del Vangelo è testimonianza del primato assoluto dell’Eterno, è messaggio - più eloquente di ogni parola - di come Dio solo basti per dare alla vita e alla storia significato e speranza. In un tempo di crollo di ogni certezza e di palese fallimento delle presunzioni totalizzanti della ragione ideologica, un’esistenza totalmente abbandonata a Dio, perdutamente innamorata di Lui, appare come un riferimento luminoso, annuncio di un’alternativa possibile. L’incarnazione non è solo il movimento dall’eternità al tempo, ma anche l’altrimenti impensabile possibilità del movimento opposto, quello capace di portare nel cuore di Dio il dolore e la morte degli uomini, le stagioni del tempo e le contraddizioni della storia.
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