Lunedì, 19 Ottobre 2026 San Salvo

Una cittadina sansalvese: “Un anno per un’ecografia, ma la mia malattia può aspettare ottobre 2027?”

Lettera aperta al presidente Marco Marsilio e all’assessora alla Salute Nicoletta Verì

Sono una cittadina sansalvese affetta da una malattia autoimmune cronica, per la quale sono seguita dal Servizio sanitario nazionale.

Recentemente la mia malattia ha avuto una riacutizzazione, lasciando conseguenze che necessitano di ulteriori accertamenti. Il primario dell’ospedale che mi segue ha prescritto, con un’unica impegnativa, due ecografie: una alla mano destra e una al piede destro. Due esami necessari per valutare lo stato della malattia e stabilire come procedere con le cure.

Chiamo il CUP per prenotare.

Ed ecco cosa offre la sanità pubblica abruzzese.

Ecografia al piede destro: primo appuntamento disponibile a ottobre 2027, presso l’ospedale pubblico di Lanciano. Costo: 75 euro, in regime privato.

Avete letto bene. Ottobre 2027. Tra un anno. E a pagamento.

Chiedo spiegazioni al CUP. Mi viene risposto che la prestazione non è disponibile attraverso il Servizio sanitario nazionale e che, quindi, devo pagarla.

Ma come sarebbe a dire che non è disponibile?

Se il Servizio sanitario nazionale non riesce a garantire una prestazione necessaria, perché il costo deve ricadere sul cittadino? Perché devo pagare privatamente un esame in un ospedale pubblico, dopo aver già contribuito al finanziamento della sanità attraverso le tasse?

E soprattutto, perché dovrei aspettare un anno per un accertamento necessario a valutare l’evoluzione di una malattia autoimmune in fase di riacutizzazione?

Ecografia alla mano destra: appuntamento a Vasto, sempre a ottobre, con un ticket di 36 euro.

Un’unica prescrizione medica, due esami richiesti dallo stesso specialista per valutare la stessa patologia, e il risultato è questo: due appuntamenti separati, in due ospedali diversi, con tempi e costi differenti.

Vorrei allora rivolgere alcune domande al presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio, e all’assessora alla Salute, Nicoletta Verì.

Dov’è questa sanità che, nelle dichiarazioni rassicuranti della politica regionale, dovrebbe funzionare?

Dove sarebbero i risultati della lotta alle liste d’attesa?

Come si può parlare di miglioramento dei servizi quando un paziente con una patologia cronica deve aspettare fino al 2027 per un esame diagnostico, per giunta a pagamento?

La mia malattia non aspetta i tempi della politica.

Non si tratta di un controllo di routine che posso rimandare a piacimento. Si tratta di accertamenti richiesti a seguito di una riacutizzazione, per capire quali danni abbia provocato e come intervenire.

E non sono certamente l’unica persona in questa situazione.

Dietro ogni prenotazione impossibile, dietro ogni lista d’attesa interminabile, ci sono persone malate, famiglie, lavoratori, pensionati. Persone che pagano le tasse e che, quando hanno bisogno di cure, scoprono che il servizio pubblico non è in grado di rispondere.

E chi non può permettersi di pagare privatamente?

Rinuncia? Aspetta? Lascia peggiorare la propria salute?

Siamo arrivati al punto in cui il diritto alla salute rischia di dipendere dalla disponibilità economica del paziente.

E intanto continuiamo ad assistere a uno spettacolo politico nel quale le responsabilità vengono sistematicamente attribuite a chi amministrava prima. Ma questa amministrazione regionale è al suo secondo mandato. Per quanto tempo ancora si continuerà a cercare altrove i responsabili di ciò che non funziona?

Il diritto alla salute è sancito dall’articolo 32 della Costituzione. Non è una concessione della Regione, non è un privilegio e non dovrebbe trasformarsi in un servizio accessibile soltanto a chi può pagare.

Ecco perché guardo con favore alle manifestazioni che stanno attraversando il nostro Paese.

Le proteste dei trasportatori, degli agricoltori, degli studenti stanno provocando disagi enormi. Li stiamo vivendo anche a San Salvo, dove oggi i distributori risultano senza carburante. Un problema concreto per chi deve andare a lavorare, accompagnare i figli a scuola, portarli alle attività, raggiungere un ospedale per una visita o un controllo.

Non sottovaluto affatto questi disagi. Sono pesanti, e ricadono ancora una volta sui cittadini.

Ma sapete qual è il mio più grande rammarico?

Che oggi, accanto agli studenti, agli agricoltori e ai trasportatori, non ci siano anche tutti gli altri cittadini.

Quelli che aspettano mesi per una visita. Quelli che devono pagare per curarsi. Quelli che lavorano e non arrivano alla fine del mese. Quelli che fanno i conti con il costo del carburante, della spesa, delle bollette.

Tra poco dovremo anche accendere il riscaldamento, e già mi domando a quale santo dovremo appellarci per riuscire a pagare le bollette del gas.

Paghiamo tasse altissime, affrontiamo un costo della vita sempre più insostenibile e, quando abbiamo bisogno dei servizi essenziali, ci ritroviamo davanti a porte chiuse, attese interminabili o prestazioni a pagamento.

E dovremmo anche essere soddisfatti?

Io non lo sono.

Sono profondamente indignata da una gestione della cosa pubblica che sembra aver dimenticato il significato stesso della parola amministrare.

Amministrare significa garantire servizi, tutelare i cittadini, assumersi responsabilità. Non limitarsi a rivendicare risultati mentre le persone raccontano una realtà completamente diversa.

Non mi interessa sapere di chi fosse la colpa dieci anni fa. Mi interessa sapere chi risponde oggi di quello che sta accadendo.

Perché io, oggi, ho una malattia autoimmune che necessita di accertamenti. Ho una prescrizione del primario che mi segue. Ho bisogno di sapere come procedere con le cure.

E la risposta che ho ricevuto dalla sanità pubblica abruzzese è un appuntamento a ottobre 2027, a pagamento.

Presidente Marsilio, assessora Verì, me lo spiegate voi come dovrebbe curarsi un cittadino in queste condizioni?

E soprattutto, se questa è la sanità che funziona, vorrei sapere che cosa intendete per sanità che non funziona. Marie Helene Benedetti