Martedì, 14 Luglio 2026 VastoCronaca di un sistema che chiede ai fragili di aspettareC’è un’asimmetria che la politica non può più ignorareAlle sei del mattino, in un reparto di una struttura ex art. 26 dell’Abruzzo, una donna di 65 anni riapre gli occhi dopo un’emorragia cerebrale e riconosce la voce dell’infermiere che le controlla la pressione. Alle 12.30 un signore, dopo settimane di sondino naso-gastrico, prova con il foniatra e la logopedista a deglutire i primi alimenti cremosi. Nel pomeriggio una ragazza, vittima di un incidente stradale con frattura di tibia e femore, muove i primi passi in palestra con le stampelle canadesi. È la memoria del corpo, che si ricostruisce solo se l’équipe riabilitativa resta accanto, giorno dopo giorno, con competenza e tempo. Quel tempo è oggi la risorsa più risicata del sistema accreditato ex art. 26 della legge 833 del 1978. Non manca la vocazione, non manca la competenza: mancano l’adeguamento contrattuale, i diritti fermi al 2012, le rette — ferme da oltre un decennio, come se il costo di un’ora di assistenza fosse ancora quello di dieci anni fa — e le tariffe mai adeguate, le schede sinottiche che stabiliscono gli organici — in molte regioni ferme al 2008, quando l’utenza era meno fragile e complessa di oggi. I dati SDO 2024 certificano che in Abruzzo il 18,7% dei ricoveri riabilitativi si trasforma in mobilità passiva: famiglie costrette a cercare altrove ciò che qui non trova risposta, per carenza di posti letto e organici aggiornati. Dietro questi numeri ci sono oltre 300.000 operatori socio-sanitari in Italia, più di 6.000 in Abruzzo — infermieri, fisioterapisti, OSS, logopedisti, educatori e tutto il personale di supporto — che da quattordici anni lavorano con un contratto fermo, mentre luce, farmaci e presìdi sanitari costano ogni anno di più. Le ASL pagano talvolta con pochi giorni di scarto: se il termine cade a ridosso di un fine settimana, tra bonifici ed enti la somma arriva solo il martedì o il mercoledì. Aprire linee di credito avrebbe un costo che rette e tariffe bloccate non permettono di sostenere: risparmiare poche migliaia di euro significa, per una piccola struttura, poter comprare una fornitura di guanti o pannoloni. Non è risanamento né oculatezza: è l’unico modo per restare in vita senza indebitarsi e senza rischiare di dover passare la mano ad altri imprenditori. C’è un’asimmetria che la politica non può più ignorare: il pubblico copre le proprie inefficienze con la fiscalità generale, mentre le strutture accreditate — riconosciute dalla legge 833 del 1978, che operano nel perimetro dell’art. 32 della Costituzione offrendo cura gratuita salvo ticket — rispettano standard, controlli e tetti di spesa, e assorbono da sole i ritardi delle rimesse. Il rischio più grande lo corrono gli utenti, che potrebbero non trovare più un servizio accreditato e sostanzialmente gratuito. Servono tre leve: rette congrue al costo reale del servizio; contratti rinnovati, nella parte economica e nei diritti — orario a 36 ore, indennità professionale, aggiornamento; una regia politica che assegni a queste strutture un ruolo chiaro, invece di lasciarle scivolare nell’irrilevanza. Alla donna svegliata dal coma, al signore che reimpara a deglutire, alla ragazza che muove i primi passi, nessuno può spiegare perché tutto dipenda da una delibera attesa da anni, che adegui le rette e riveda al rialzo il minutaggio assistenziale delle schede sinottiche. Per questo chiediamo al Consiglio regionale dell’Abruzzo una seduta straordinaria sul futuro delle strutture ex art. 26: non un privilegio, ma il tempo, finalmente, di una risposta — perché ogni giorno che passa senza risposta è un giorno che a loro, e a chi li cura, nessuno potrà restituire. Dott. Daniele Leone – Infermiere – Coordinatore Infermieristic |
