Sabato, 11 Luglio 2026 Abruzzo

A Roma è scontro tra i partiti per le preferenze

Gli eletti in Abruzzo tremano, corsa contro il tempo

 Estate bollente, in tutti i sensi, per la riforma della legge elettorale approdata alla Camera, nella commissione Affari costituzionale di cui è presidente il forzista abruzzese Nazario Pagano, appena confermato segretario regionale: mentre si avvicina il termine per la presentazione degli emendamenti, fissato a lunedì 13 luglio, nella maggioranza di centrodestra  si fatica a trovare la quadra. Oggetto del contendere sono le preferenze,  con Fdi contro Fi e Lega. Ma non è scontato nemmeno il pieno accordo sul premio di maggioranza e sull’indicazione del candidato premier e del programma da parte delle coalizioni prima del voto. Mentre una quadra la si è trovata sul voto dei fuori sede.

Dal testo definitivo che ne uscirà fuori, anche nei dettagli, dipenderà anche il destino degli aspiranti parlamentari abruzzesi alle elezioni dell’autunno 2027, con la ressa già in corso. Nelle elezioni del 25 settembre 2022 l’Abruzzo ha eletto 13 parlamentari, la metà rispetto alla legislatura prevedente a causa del taglio dei parlamentari: 200 senatori, anziché 315, e 400 deputati, al posto di 630.

Al senato sono andati Guido Quintino Liris ed Etelwardo Sigismondi per Fratelli d’Italia, Michele Fina del Partito democratico, Gabriella Di Girolamo del Movimento 5 stelle.

Alla camera, per Fdi,  la stessa  premier Giorgia Meloni, eletta nel collegio L’Aquila -Teramo, Guerino Testa e i paracadutati Fabio Roscani, presidente nazionale dei giovani di Fdi, romano, e Rachele Silvestri, deputata uscente delle Marche. Per la Lega l’economista fiorentino Alberto Bagnai, per Forza Italia il citato Pagano, per il Pd Luciano D’Alfonso, per M5s Daniela Torto, per Azione Giulio Sottanelli.

In Abruzzo c’è anche in corso la partita della riforma elettorale regionale, anche qui con veti incrociati e la fronda sul piatto forte della norma proposta dal presidente Marco Marsilio di Fdi, quello del collegio unico regionale al posto dei quattro provinciali.

Tornando alla legge elettorale nazionale: nel testo licenziato dalla commissione affari costituzionali della Camera, piatto forte è la previsione di un sistema proporzionale con premio di maggioranza di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato (fino a un tetto di 220 eletti alla Camera e 113 al Senato) alla coalizione che abbia ottenuto almeno il 42% dei consensi, nel nome della governabilità. Se nessuno arriva a questa percentuale o la Camera e il Senato danno esiti elettorali diversi, si procede con un proporzionale puro.

Le liste e coalizioni devono poi indicare al momento del deposito del contrassegno il nome di chi indicheranno come candidato premier al presidente della Repubblica e il programma. Durante l’esame in commissione sull’indicazione del premier si è specificata la salvaguardia dell’articolo 67 che prevede l’assenza di vincolo di mandato e di quella dell’articolo 92 sulla prerogativa del capo dello Stato di nomina del Presidente del Consiglio dei ministri.

Per l’ingresso delle liste in Parlamento, le soglie di sbarramento previste dal Rosatellum: il 10 per cento per le coalizioni e il 3 per cento per le liste con la novità del ripescaggio per il migliore coalizzato.

Giorgia Meloni le preferenze le pretende,  per non perdere la faccia dopo averle chieste per una vita, quando era all’opposizione. Ma a frenare è Matteo Salvini e la Lega, neanche compatta ma ora sembra quasi essersi convinta ad accettare un compromesso: capilista bloccati e il resto dei candidati da votare con le crocette. Ma i “nordisti” sono in subbuglio-

Ma soprattutto è Forza Italia frenare sulle preferenze, nemmeno con i capilista bloccati: “A noi non va bene – spiega il portavoce Raffaele Nevi – perché questo sistema avvantaggia i grandi partiti: i piccoli potrebbero eleggere solo i capilista e nelle urne non avrebbero la spinta di chi cerca voti personali per avere il seggio”.

In conferenza stampa sulle preferenze ha detto Salvini: “se il no alle preferenze della Lega resta fermo? Noi non abbiamo posizioni ferme a proposito della legge elettorale ma su temi economici, sociali e di sicurezza. Ci sono i tecnici che ci stanno lavorando. Io sono sempre stato eletto con le preferenze sia a Milano sia a Bruxelles ma questo non toglie e non aggiunge nulla. Lascio ai tecnici affrontare un tema che ha come unico obiettivo che chi vince possa governare per cinque anni. Come farlo lo decideranno i tecnici. Non abbiamo precondizioni”.

Il presidente di Forza Italia e ministro degli Esteri, Antonio Tajani ha invece dichiarato:  “stanno lavorando i rappresentanti dei partiti in Parlamento, non sceglie la Meloni. Ci sono riunioni a livello tecnico, verranno presentati emendamenti e ci saranno discussioni all’interno dei gruppi parlamentari del centrodestra”.

Intesa trovata invece sul voto dei fuori sede:  alle prossime elezioni politiche ed europee e al referendum gli elettori fuorisede non saranno costretti a tornare nel comune di residenza per votare ma potranno esercitare il proprio diritto nel comune dove sono domiciliati per studio, lavoro o motivi di cura. A quattro giorni dall’approdo in aula alla Camera della legge elettorale, un primo accordo nel centrodestra sulle ulteriori modifiche alla riforma Bignami è giunto su un punto su cui sembrava complicato trovare un’intesa politica e una soluzione tecnica. La proposta sul voto ai fuori sede è stata annunciata dai leader dei giovani dei partiti della coalizione Fabio Roscani (Fdi), Luca Toccalini (Lega), Simone Leoni (Fi) e Maria Chiara Fazio (Nm).

Pubblicato su Abruzzoweb