Martedì, 21 Aprile 2026 Vasto

La criminologa Bruzzone: "Fallimento collettivo, la violenza cresce sotto gli occhi di tutti"

La professionista analizza il caso della morte del 21enne vastese, di cui è reo confesso il padre Antonio, stimato dirigente della Asl

Parla di “fallimento collettivo” la nota criminologa Roberta Bruzzone, commentando sui social l'omicidio di Vasto, che ha portato all'arresto del dirigente della Asl Antonio Sciorilli, reo confesso del figlio Andrea, 21 anni. 

Un delitto, quello di domenica 19 aprile, la cui eco è rimbalzata ben oltre i confini provinciali e abruzzesi. Non solo perché la vittima è un giovanissimo, ma anche perché a togliergli la vita è stato, per sua stessa ammissione, il padre, stimato professionista come raccontato dai colleghi, dal direttore generale dell'azienda sanitaria, dal presidente della giunta regionale. 

Una violenza, quella che domenica ha turbato la quiete di una placida domenica pomeriggio di primavera, non esplosa all'improvviso, come spiega Bruzzone nella sua disamina, ma frutto di anni di tensioni, liti, contrasti anche pesanti in famiglia, culminati addirittura in una denuncia due anni fa. 

Un padre che cerca di aiutare il figlio a trovare il suo posto nel mondo, spingendolo a frequentare un corso che gli possa dare un'opportunità professionale. Un figlio che segue strade non sempre lineari e rifiuta quelle proposte dagli altri per trovare da solo la propria strada. Così, analizza Bruzzone, la mano dell'insospettabile e rigoroso professionista non si è armata per l'impeto violento di un attimo di rabbia incontrollabile, ma al culmine di tensioni irreversibili. 

Nel dettaglio, la crimonologa Roberta Bruzzone scrive che l'omicidio di Vasto “non somiglia affatto al classico delitto che esplode dal nulla. Somiglia, piuttosto, a una tragedia che matura lentamente, dentro le pareti di casa, nel logoramento progressivo di una famiglia che per troppo tempo ha convissuto con una condizione di tensione, paura e crescente percezione di pericolosità”.

“Quando in una famiglia si arriva a questo punto - esamina la professionista - quasi mai si tratta di un singolo litigio andato male. Più spesso ci si trova davanti a una escalation relazionale tossica, fatta di conflitti ripetuti, intimidazione, rabbia mal gestita, aggressività sempre più difficile da contenere, e di quella sensazione devastante che in molte case arriva a colonizzare ogni cosa: la paura di chi dovrebbe essere invece un figlio, un fratello, un affetto. Le ricostruzioni giornalistiche parlano infatti di rapporti familiari molto tesi e di una lite sfociata nella tragedia, apparentemente nata da un contrasto su una opportunità lavorativa". 
“Naturalmente - precisa - nessuno può tracciare una diagnosi seria da un fatto di cronaca. Ma sul piano psicologico alcuni elementi sono già riconoscibili. Quando un soggetto appare disregolato, impulsivo, incapace di tollerare frustrazione e limite, ogni discussione rischia di trasformarsi in un campo minato. In questi profili, il conflitto non viene vissuto come un confronto, ma come un affronto. Il ‘no’ diventa un’umiliazione. Il contenimento diventa provocazione. Il richiamo alla responsabilità viene percepito come attacco personale. E allora la rabbia non è più solo rabbia: diventa pretesa di dominio, bisogno di imporre la propria forza, convinzione crescente che gli altri debbano piegarsi. Questo è il punto in cui, nella mente dei familiari, il congiunto problematico smette di essere solo ‘difficile’ e comincia a essere percepito come una minaccia concreta. È questo il cuore più oscuro della vicenda, non l’idea di un padre mostruoso che improvvisamente si trasforma in assassino, ma quella di un padre che, dentro una spirale familiare deteriorata da anni, arriva a un punto di rottura estremo”.
 
“E sia chiaro: capire non significa giustificare”, puntualizza Bruzzone. “Un omicidio resta un omicidio. Ma se vogliamo leggere davvero questa tragedia, dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che certe decisioni estreme non nascono in un pomeriggio. Nascono quando una famiglia si sente progressivamente senza vie d’uscita, quando la minaccia viene percepita come cronica, quando le denunce non sembrano bastare, quando i confini saltano uno dopo l’altro e l’idea stessa della convivenza diventa insostenibile. Il fatto che nel 2024 fosse già stato attivato un codice rosso rende ancora più evidente che il disagio e il pericolo, almeno secondo quanto denunciato dai familiari, non sarebbero stati episodici. Ed è proprio questo il punto più inquietante. Perché vicende come questa sono purtroppo paradigmatiche di ciò che molte famiglie stanno vivendo…case dentro cui non si vive più, ma si resiste; relazioni in cui l’affetto viene divorato dalla paura; genitori e fratelli che non sanno più se stanno aiutando una persona in difficoltà o semplicemente rimandando la prossima esplosione”.
 
“In questi contesti - è l'analisi - la violenza non arriva sempre con l’eclatanza immediata delle grandi tragedie pubbliche. Spesso si presenta come una erosione quotidiana della sicurezza, fatta di scatti, minacce, umiliazioni, aggressioni, tensione costante. E ogni volta che queste situazioni vengono sottovalutate, minimizzate, trattate come ‘problemi di famiglia’, si fa un regalo al disastro. La vera domanda, allora, è un’altra: questo ragazzo poteva essere fermato prima? Alla luce di quanto emerso pubblicamente, la questione è legittima. Se vi era già stata una denuncia, se vi era già stata una segnalazione formale di violenza domestica, se il clima di pericolosità era già percepito all’interno del nucleo familiare, allora il sistema avrebbe dovuto essere in grado non solo di registrare il problema, ma di intercettarlo davvero, contenerlo, monitorarlo, proteggere chi viveva accanto a lui e forse anche lui stesso dalla propria deriva. Perché il punto, in fondo, è sempre lo stesso: quando una persona diventa stabilmente violenta e fuori controllo, non basta auspicare che ‘si calmi’. Non basta aspettare. Non basta confidare nel buon senso domestico. Serve una presa in carico seria, tempestiva, autorevole. Serve la capacità di leggere i segnali prima che diventino sangue. Serve soprattutto smettere di lasciare le famiglie sole dentro inferni privati che poi esplodono in pubblico, quando ormai non c’è più nulla da salvare se non le macerie”.
 
Conclude Bruzzone: “La storia di Andrea Sciorrilli, per come oggi viene raccontata dalle fonti disponibili, sembra dirci proprio questo: la tragedia finale è soltanto l’ultimo anello di una catena molto più lunga. E ogni volta che una catena del genere viene ignorata, spezzata a metà, trattata come una faccenda minore, il prezzo rischia di diventare mostruoso. Non perché qualcuno sia ‘nato mostro’. Ma perché, troppo spesso, la violenza cresce sotto gli occhi di tutti finché qualcuno, dentro quella casa, arriva a convincersi che per salvare il salvabile resti soltanto l’estremo. E quando una famiglia arriva a percepire questo, significa che il fallimento non è solo individuale. È anche collettivo”.