Venerdì, 27 Marzo 2026 NazionaliOggi i giornalisti italiani incrociano le bracciaAppello per rinnovare il contratto scaduto da 10 anniOggi e per 24 ore i giornalisti italiani di quotidiani, agenzie di stampa, periodici, testate web, televisioni e radio a diffusione nazionale si asterranno dal lavoro per il rinnovo del contratto, scaduto da ormai 10 anni. Sul fronte tv, da Rai a Mediaset, da Sky a La7, saranno inevitabili variazioni di palinsesti, telegiornali in forma ridotta, spostamenti di orario per diversi programmi. Per quanto riguarda la Rai, lo sciopero è cominciato alle 5.30 della mattina di domani per concludersi alla stessa ora di sabato 28 marzo. Se ancora non si conoscono i cambiamenti che subirà il palinsesto della tv pubblica, che dipenderanno anche dalla reale adesione allo sciopero, è prevedibile che le edizioni dei telegiornali andranno in onda in forma ridotta ed è ipotizzabile, ma non confermato, che possa essere data lettura di un comunicato sindacale che spieghi le ragioni dello sciopero, come già accaduto in altre occasioni. Sul fronte Mediaset le edizioni dei telegiornali avranno la durata ridotta di 12 minuti, senza servizi, e tutti con lettura del comunicato sindacale che renda edotti gli spettatori dei motivi dell’astensione dal lavoro dei giornalisti. COMUNICATO SINDACALE Oggi le giornaliste e i giornalisti tornano a scioperare per il rinnovo del contratto di lavoro, scaduto da dieci anni, unica categoria di lavoratori dipendenti in Italia. Questa è la seconda giornata di sciopero di un pacchetto di cinque, la terza è già proclamata per il 16 aprile. Avere un contratto rinnovato non è un privilegio. Essere pagati in modo dignitoso, dentro e fuori le redazioni, non è un privilegio. Lavorare senza precarietà permanente non è un privilegio. Fare informazione libera, professionale e indipendente, senza ricatti economici, è un diritto. Garantire condizioni dignitose per chi lavora, per chi entra nella professione e per chi ne esce è un obbligo. Assicurare un futuro all’informazione, bene comune tutelato dalla Costituzione, dall’articolo 21 intimamente connesso all’articolo 36, è un dovere sociale. Gli editori, al contrario, preferiscono scaricare i costi del lavoro sulla collettività. I numeri parlano chiaro: tra il 2024 e il 2026 hanno ricevuto 162 milioni di euro di contributi pubblici per le copie cartacee vendute; nello stesso biennio altri 66 milioni per 1.012 prepensionamenti; tra il 2022 e il 2025 hanno risparmiato circa 154 milioni sull’acquisto della carta, tra il 2024 e il 2026 avranno altri 17,5 milioni per investimenti in tecnologie innovative. Questi sono privilegi per pochissimi e per di più a carico di tutti gli italiani. Dal 1° aprile 2016, scadenza dell’ultimo contratto, è cambiato tutto: carichi e ritmi di lavoro aumentati a dismisura, prestazioni su multipiattaforma, redazioni quasi fantasma. Le retribuzioni invece sono rimaste ferme, ulteriormente erose dall’inflazione o addirittura ridotte da forfettizzazioni selvagge. Riconoscere la dignità del lavoro è il punto di partenza per un confronto serio. Invece viene descritto come un eccesso. È una narrazione sbagliata e pericolosa, che mina dalle fondamenta il lavoro e la qualità dell’informazione. Senza diritti e tutele, il giornalismo muore. E con esso la democrazia. Questo sciopero non difende privilegi. Difende un principio semplice, un diritto: |
