Domenica, 4 Gennaio 2026 Abruzzo

Luciano D’Alfonso, “Il peccato originale e la sfida futura"

"Il compito delle classi dirigenti deve essere quello di far accadere le cose nella maniera migliore possibile"

"Fin da quando è emersa l'intuizione della 'Nuova Pescara', ci siamo portati dietro un grande limite originario. Si è celebrato un referendum non su una proposta di legge strutturata, ma su un istinto emotivo. Il quesito di fondo era: 'Volete voi una città di Pescara più grande, che assuma dentro di sé Spoltore e Montesilvano?'. Tuttavia, un referendum avrebbe dovuto determinare un pronunciamento su un testo normativo, non su un'emozione".

Così, in una nota, il deputato Pd Luciano D'Alfonso.

Di seguito la nota completa.

 

Il voto ha comunque avuto un riscontro gigantesco. Personalmente, non sono mai stato tra gli entusiasti dell'ingrandimento come valore in sé: ponevo il tema del rischio di una "grande periferizzazione" che, negando le convenienze, avrebbe ridotto tutto a una mera operazione estetica. Ma nel momento in cui i cittadini, attraverso la propria autoconvocazione, hanno determinato una stragrande maggioranza per il "Sì", il compito delle classi dirigenti deve essere quello di far accadere le cose nella maniera migliore possibile.

Da Presidente della Giunta regionale ereditai due proposte di legge debolissime – una a firma Sospiri e una a firma Mercante – che sembravano concepite più dalla vecchia SIP come cartelle esattoriali che come contenuti progettuali capaci di generare fusione. Dopo aver esaminato le due asfittiche proposte dei colleghi dell'allora Consiglio regionale, mi misi al lavoro per elaborare due nuovi testi, coadiuvato dalla Facoltà di Scienze Politiche di Teramo. Le ipotesi erano due: determinare una fusione graduale, mettendo insieme prima i servizi e poi attendendo il destino; oppure operare una "fusione a caldo", con il coinvolgimento diretto dei Parlamenti comunali, che non dovevano agire da contrarianti, ma da architetti della nuova città. Questo lavoro, frutto di un confronto duale, ha prodotto il voto sulla fusione a caldo determinatasi dopo quasi 40 mesi di attività.

Da allora nulla è stato aggiunto, se non due leggi nazionali da me promosse durante la mia presidenza della Commissione Finanze al Senato: una legge per assegnare alla Nuova Pescara 105 milioni di euro in 10 anni e una norma che garantisse ai consiglieri comunali dei preesistenti municipi la legittimità di lavorare alla nuova città con tutte le tutele dell'ordinamento. A parte questo, nulla si è fatto se non una ginnastica ridente e furtiva, più da Giamburrasca che da Eta Beta: ogni giorno dedicato a "fare finta", come i soldati di Re Ferdinando.

Quello che è sempre mancato è un vero progetto di fusione. Spetta ai Parlamenti comunali generarlo, aiutati da strutture burocratiche che devono sdoppiarsi come fecero le assemblee del secondo dopoguerra – nello specifico l'Assemblea Costituente eletta nel 1946 – quando una parte operava per l'ordinario e l'altra lavorava con la Commissione dei 75.

C'è ancora una possibilità di mettere in campo un progetto serio, evitando questa brodaglia cartolare che ogni tanto riemerge come un pesce malato in acqua sporca. So bene che le istituzioni evolvono se garantiscono convenienze collettive, opportunità e comodità; ma senza un progetto di fusione corriamo il rischio che Pescara diventi come Plinio il Vecchio senza essere mai stata Plinio il Giovane. Serve un nuovo contratto sociale tra Istituzione e cittadini, imprenditori, portatori di progetti di vita, residenti tradizionali e residenti quotidiani. Ad oggi, nelle carte che girano burocraticamente non c'è un grammo di pensiero: sembra quasi di leggere le missive di convocazione del Catasto del vecchio Impero.