Etica e dialogo inter-religioso in un mondo globalizzato

Pubblicato Sabato , 24 luglio 2010
Arcivescovo Bruno Forte

Arcivescovo Bruno Forte

Bookmark and Share 616 letture Nessun commento Lascia il tuo! Stampa

Convegno Mondiale dei Teologi Moralisti, Trento, 24 Luglio 2010

di Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti-Vasto

Quali sfide vengono all’etica e al dialogo inter-religioso dagli scenari attuali del “villaggio globale”? Proverò a rispondere a questa domanda attraverso la via della metafora. Con la sua eccedenza di senso essa è in grado di evocare quanto sta avvenendo, senza pretendere di banalizzare la complessità del reale. Attraverso tre metafore “fluide” - il naufragio, la liquidità e la navigazione
- ed una metafora “solida” - Babele e la sua torre - vorrei delineare il compito possibile dell’etica e del dialogo fra le religioni nel nostro mondo globalizzato.
1. La metafora del naufragio come strumento interpretativo dell’epoca moderna e della sua crisi è usata da Hans Blumenberg1. L’immagine rinvia a un testo di Lucrezio, voce della “condition
humaine” nell’età “classica”: “Bello, quando sul mare si scontrano i venti e la cupa vastità delle acque si turba, guardare da terra il naufragio lontano: non ti rallegra lo spettacolo dell’altrui rovina, ma la distanza da una simile sorte”2. La potenza dell’immagine si gioca sulla contrapposizione tra la terraferma, stabile e sicura, e il mare fluido e incostante: lo spettatore dell’età di Lucrezio osserva la
scena del naufragio stando al sicuro sul solido terreno delle sue certezze. Lo spettatore dell’età moderna, invece, non ha più queste certezze, sperimenta anzi l’evidenza della frase di Pascal:
“Vous êtes embarqué”3, siamo tutti sulla barca! Blumenberg commenta: “Non c’è più lo stabile punto di vista a partire dal quale lo storico potrebbe essere lo spettatore distaccato” (99). La novità -
dal “secolo dei lumi” in poi - è che lo spettatore si va distinguendo sempre meno dal naufrago: “Ci piacerebbe conoscere l’onda sulla quale andiamo alla deriva nell’oceano; solo, quell’onda siamo noi
stessi” (99). Perdute le certezze che il positivismo e le ideologie dell’epoca moderna ci avevano offerto, siamo diventati naufraghi noi tutti, eredi del moderno e abitatori della post-modernità. Si
coglie qui una differenza non marginale fra la crisi del 1929 e l’attuale: allora il mondo delle certezze ideologiche si presentava come la possibilità alternativa alla crisi, come un sole nascente.
Oggi, dopo la fine delle ideologie e il crollo del sistema dei blocchi contrapposti, non è più così: “Siamo come dei marinai che devono ricostruire la loro nave in mare aperto” (109). La sola possibilità di salvezza sta nel “farsi una nave con i resti del naufragio” (105), poiché “è chiaro che il mare contiene altro materiale rispetto a quello già impiegato nella costruzione” (110s). Sul grande mare della storia continuano ad affluire tavole a cui aggrapparsi: da dove? “Forse da precedenti naufragi?” (ib.) O da un eventuale, totalmente altro “altrove”? Lo scenario del naufragio, in cui spettatore e naufrago si identificano, si apre sull’orizzonte di un’attesa. La domanda che nasce dal naufragio è forse la forma essenziale dell’attuale bisogno collettivo di etica e di religiosità.
2. L’immagine del mare mobile, incostante, richiama la metafora della liquidità: a servirsene con singolare flessibilità è il sociologo e filosofo britannico di origini ebraico-polacche Zygmunt Bauman4. Nel nostro tempo “modelli e configurazioni non sono più ‘dati’, e tanto meno ‘assiomatici’; ce ne sono semplicemente troppi, in contrasto tra loro e in contraddizione dei rispettivi comandamenti, cosicché ciascuno di essi è stato spogliato di buona parte dei propri poteri di coercizione… Sarebbe incauto negare, o finanche minimizzare, il profondo mutamento che l’avvento della modernità fluida ha introdotto nella condizione umana” (XIII). Mancando punti di riferimento certi, tutto appare fluido e come tale giustificato o giustificabile in rapporto all’onda del momento. Gli stessi parametri etici che il “grande Codice” della Bibbia aveva affidato all’Occidente, sembrano diluiti, poco reperibili ed evidenti. Si parla di “relativismo”, di 1 Naufragio con spettatore. Paradigma di una metafora dell’esistenza, Il Mulino, Bologna 1985 (orig.: Schiffbruch mit Zuschauer. Paradigma einer Daseinsmetapher, Frankfurt am Main 1979).
2 De rerum natura, II, 1-4: traduzione di E. Cetrangolo, Lucrezio, Della natura, Sansoni, Firenze 1969, 73.
3 Pensées, in Oeuvres complètes, éd. J. Chevalier, Paris 1954, n. 451 = 233 Brunschvigc.
4 Cf. ad esempio Modernità liquida, Laterza, Roma –Bari 2002 (Liquid Modernity, Cambridge - Oxford 2000).
“nichilismo”, di “pensiero debole”, di “ontologia del declino”. Con singolare preveggenza Dietrich Bonhoeffer, morto martire della barbarie nazista il 9 Aprile 1945 nel campo di concentramento di
Flossenbürg, aveva colto questa situazione come la sfida all’etica del mondo che sarebbe nato dalle ceneri dei totalitarismi: “Non essendovi nulla di durevole, vien meno il fondamento della vita
storica, cioè la fiducia, in tutte le sue forme. E poiché non si ha fiducia nella verità, la si sostituisce con i sofismi della propaganda. Mancando la fiducia nella giustizia, si dichiara giusto ciò che
conviene”5. La persona annega nella folla di solitudini rappresentata dalle masse, e il sogno dell’emancipazione si infrange nei rivoli del totalitarismo: “Il padrone della macchina ne diventa lo
schiavo e la macchina diventa nemica dell’uomo. La creatura si rivolta contro chi l’ha creata:
singolare replica del peccato di Adamo! L’emancipazione delle masse sfocia nel terrore della ghigliottina… Alla fine della via per la quale ci si è incamminati con la rivoluzione francese si trova
il nichilismo”6. Questo volto fluido si manifesta oggi in particolare nella volatilità delle sicurezze promesse dall’“economia virtuale” della finanza internazionale, sempre più separata dall’economia
reale. Crollata la maschera del massimo vantaggio al minimo rischio, restano le macerie di una situazione fluida su tutti i livelli. Trovare punti di riferimento, indicare linee guida affidabili è la sfida titanica per governanti e amministratori. Anche l’economia cerca salvezza bussando alle porte dell’etica!
3. Eppure, sul mare della storia si affacciano altre tavole cui aggrapparsi, frammenti con cui assemblare uno scafo per navigare ancora: che sono queste tavole? Non mi sembra infondato
vedervi la metafora delle proposte di senso che vengono agli uomini dalle diverse credenze religiose. Le religioni vengono convocate al capezzale dell’“homo oeconomicus”. A loro volta, sfidati dal contesto della globalizzazione, i mondi religiosi avvertono un bisogno nuovo di incontrarsi, di lavorare insieme. Samuel P. Huntington7 individua la sfida dell’immediato futuro nel volto conflittuale di questo incontro: dopo le guerre fra le nazioni tipiche del XIX secolo e quelle fra le ideologie proprie del XX secolo, il XXI secolo sarà caratterizzato a suo avviso dal conflitto delle civiltà, identificate con i mondi religiosi che le ispirano. Ciò che occorre verificare, allora, è se e in che misura le religioni potranno giocare un ruolo in vista del superamento del conflitto e per la costruzione di un nuovo ordine internazionale. Al centro di questa verifica si pongono in particolare il Cristianesimo e l'Islam, non solo per il loro rapporto rispettivamente alla cultura dell’Occidente e a quella dei Paesi arabi, ma anche per la minaccia costituita dall’alleanza fra alcuni ambiti antioccidentali e alcune espressioni religiose che pretendono di fondarsi sulla fede islamica. Non meno importante per la causa della pace è il ruolo che al suo servizio potranno svolgere l’Ebraismo e le grandi religioni dell’Asia. La sfida è allora fra due modelli: lo “scontro” o l’“alleanza” delle civiltà e delle religioni. Certo, l’incontro non potrà avvenire per semplice giustapposizione.
Alternativa alla barbarie dello scontro totale appare la possibilità del “meticciato”8: la confluenza di identità molteplici, dovuta ai flussi migratori in atto, è non meno legata al ravvicinarsi delle lontananze grazie alla comunicazione della rete. È l’esperienza, inedita per i più, dell’incontro fra identità diversissime, fino al configurarsi di identità plurali, nomadi, al tempo stesso assertive e flessibili, meticcie9. Il succedersi degli eventi - dal fatidico 1989 all’11 Settembre 2001 e a quel che ne è seguito - mostra il volto drammatico di questa sfida: “Siamo passati da un mondo in cui gli attriti erano fondamentalmente ideologici a un mondo in cui gli attriti sono fondamentalmente
identitari… Per molti anni ancora il problema dell’identità avvelenerà la storia, indebolirà il dibattito intellettuale, diffondendo ovunque l’odio, la violenza e la distruzione”10. Si impone una scelta di fondo: il meticciato è stato sempre presente nella storia dei popoli e delle culture. L’illusione di una purezza dell’identità o della razza è pura follia. Se una cultura è viva e vitale, essa è anche in grado di avviare un processo di mutuo scambio e di reciproca comprensione con 5 D. Bonhoeffer, Etica, a cura di E. Bethge, tr. it. di A. Comba, Bompiani, Milano 19692, 91 (orig.: Ethik, hrsg. E. Bethge, München 1966, 114f). 6 Ib., 86s (ted. 108).
7 Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano 1997. 8 Cf. R.Duboux, Métissage ou Barbarie, L’Harmattan, Paris 1994. 9 Cf. A. Maalouf, Identità, Bompiani, Milano 20072 (orig. fr. Les identités meurtrières, Paris 1998). 10 Ivi, 7s.
Lidentità altrui che venga ad abitarla. Certo, questo “assemblaggio” non è facile né esente da rischi:
ciò che risulta però decisivo è che fra persone e culture si riconosca un codice di valori comuni, capace di fondare relazioni di reciproco rispetto, di riconoscimento dell’altro e di dialogo. A quali fonti potrà attingere un simile codice? Su quale rotta potrà procedere la barca assemblata sui mari del grande villaggio?
4. La morale fondata sulla rivelazione biblica si offre come una possibilità decisiva per definire un tale codice ed aiutare a indicare la rotta. Essa riconosce la centralità della persona umana davanti al mistero del Dio vivente come il riferimento fondante. Oltre il naufragio, sulle onde della modernità liquida, la barca va costruita insieme, consentendo tutti a regole comuni, certe ed affidabili, radicate nella dignità dell’essere personale, nell’esigitività del comandamento morale, per navigare insieme sul vasto mare da percorrere verso il porto - intravisto nella speranza e mai pienamente posseduto nella realtà - della pace universale e della giustizia per tutti. L’idea dell’assoluta singolarità dell’essere personale è il baluardo teoretico contro ogni possibile manipolazione dell’essere umano, la sorgente di ogni riconoscimento della sua dignità. Anche la dignità della persona rimanda tuttavia a un fondamento ultimo: ad esprimerlo può servire una metafora “solida”, quella della “torre di Babele”: il capitolo 11 della Genesi descrive l’immagine della confusione disgregante, originata dalla scissione fra il virtuale - immaginato o preteso - e il reale, vissuto e pagato di persona. C’è però anche un altro senso, che sfugge per lo più ai commentatori: lo richiamava già Voltaire, sottolineando come il nome “Babele” voglia dire che “el” - il Dio - è padre. Jacques Derrida ne ricava un’importante conclusione, osservando che Dio punisce
i costruttori della torre “per aver voluto in questo modo farsi un nome, scegliersi il proprio nome, costruire da sé il proprio nome, riunirsi in esso come nell’unità di un luogo che è al tempo stesso
una lingua, una torre, l’una e l’altra. Li punisce per aver voluto così assicurarsi autonomamente una genealogia unica e universale”11. Secondo la metafora biblica non sarà allora l’omologazione delle
differenze il futuro dell’umanità, ma la loro convivialità, il loro reciproco riconoscersi ed accettarsi, sul fondamento comune della dignità assoluta di ogni essere umano davanti al Dio unico signore
della storia. Il grande codice che è il Decalogo traduce questo progetto in comandamento, vocazione ed esigenza profonda inscritta in ciascuno per il bene di tutti. Il Dio dell’alleanza non è il
concorrente dell’uomo, ma il Dio amico e vicino, che rivela e garantisce la dignità di tutto l’essere umano in ogni persona umana e corrisponde al Dio di Gesù Cristo, il Dio che è amore (cf. 1
Giovanni 4,8. 16). Nel Logos divino, fatto carne, è rivelato non soltanto il logos che soggiace al mondo e alla vita, ma anche il progetto di amore di Dio che precede il mondo ed entra
gratuitamente in esso (cf. Ef 1,4-5; 3,4-5. 9). Nel villaggio globale, dove si sviluppa il dialogo fra le varie esperienze religiose, l’incarnazione e il mistero pasquale di Cristo offrono un orizzonte
totalmente nuovo: quello di un possibile, impossibile amore, impossibile alle forze soltanto umane, reso possibile dal farsi vicino di Dio, il Dio con noi, l’eterno Emmanuele. Testimoniare questo
orizzonte fondante, non contro qualcuno ma per amore di tutti, viverlo grazie all’esperienza della presenza del Risorto nel Suo Corpo ecclesiale, è il compito della morale cristiana anche nel tempo
del villaggio globale e della necessità non rinviabile di un incontro delle religioni e delle civiltà, rispettoso delle differenze. La testimonianza di Cristo, resa con coraggio “a tempo opportuno e non
opportuno” (2 Tm 4,2), offre alla navigazione umana un faro e un aiuto. 5. Vorrei chiudere queste riflessioni passando dalla metafora alle tesi che essa sottende. Ne enuncio quattro, come proposta per un orizzonte etico fondato nella rivelazione biblica, capace - mi
sembra - di parlare all’intero “villaggio globale”.
Prima tesi: Non c’è etica senza trascendenza. Non può esserci agire morale, lì dove non ci sia l’altro, riconosciuto in tutto lo spessore della sua irriducibile alterità. La fondazione dell’etica è
inseparabile da questo riconoscimento: chi afferma se stesso al punto da negare ogni altro su cui misurarsi, nega la possibilità stessa di una scelta fra bene e male e risolve ogni differenza
nell’oceano asfissiante della propria identità. Nessun uomo è un’isola! Al di là delle ideologie e dei totalitarismi dell’epoca moderna c’è bisogno di un’etica della prossimità e della relazione
11 Des tours de Babel, in Aut Aut 189-190 (1982) 70.

interpersonale: i naufraghi sul grande mare della storia hanno bisogno l’uno dell’altro per assemblare le tavole cui sono aggrappati!
Seconda tesi: Non c’è etica senza gratuità e responsabilità. Il movimento di trascendenza ha un carattere gratuito e potenzialmente infinito: calcolare con l’altro al fine di un proprio interesse è svuotare di ogni valore la scelta morale, facendone semplicemente un commercio o uno scambio tra pari. Qui la lezione di Kant conserva tutta la sua verità: l’imperativo morale o è categorico, e dunque incondizionato, o non è. In questo carattere gratuito e potenzialmente infinito della trascendenza etica si coglie come essa sia “un esodo da sé senza ritorno” (Emmanuel Lévinas), e come pertanto la sua anima più profonda sia l’amore, il dare senza calcolo e senza misura per la sola forza irradiante del dono. I naufraghi non si salveranno se non insieme, per un atto di
generosità di ciascuno verso l’altro, di tutti verso ciascuno.
Terza tesi: Non c’è etica senza solidarietà e giustizia. In questo stesso movimento di trascendenza si sperimenta la rete degli altri che circonda l’io come sorgente di un insieme complesso di esigenze etiche: contemperarle in modo che il dono compiuto all’uno non sia ferita o chiusura ad altri è coniugare la morale con la giustizia. Regolare in forma collettiva questa rete di esigenze di giustizia è misurarsi sul bisogno del diritto: non l’astratta oggettività della norma, né il dispotismo del sovrano fonda l’autorità della legge, ma l’urgenza di contemperare le relazioni etiche perché nessuna sia a vantaggio esclusivo di alcuni e a scapito della dignità di altri. L’etica della solidarietà integra qui la sola etica della responsabilità, strappandola al rischio sempre incombente di un suo stemperarsi nell’assolutismo infecondo della sola intenzione. Il bene comune è misura e norma dell’agire individuale, specialmente nel campo dei doveri civili. Solo così, la barca potrà formarsi e navigare verso una rotta condivisa! Quarta tesi: L’etica rimanda alla Trascendenza libera e sovrana, ultima e assoluta, rivolta verso di noi. Quando si riconosce che il movimento di trascendenza verso l’altro e la rete d’altri in cui siamo posti presentano un carattere di esigenza infinita, all’orizzonte si profila un’altra trascendenza, ultima e nascosta, di cui quella prossima e penultima è traccia e rinvio. Nel volto d’altri è l’imperativo categorico dell’amore assoluto che mi raggiunge, e nell’assolutezza dell’urgenza della solidarietà con il più debole è un amore infinitamente indigente che mi chiama.
Questa trascendenza assoluta, rivolta verso di noi, questo assoluto bisogno d’amore, che chiama nell’atto stesso d’offrirsi, schiude all’etica teologica: qui l’esigenza dell’essere l’uno-per-l’altro
rimanda a una più profonda e sorgiva relazione del Dio vivente, Uno nel reciproco darsi ed accogliersi dei Tre. Qui l’etica della responsabilità e l’etica della solidarietà appellano all’etica della
Grazia e alla comunione della Chiesa, cui il dono divino è affidato per essere condiviso e offerto, in particolare alla comunione con chi nella Chiesa ha la responsabilità del magistero, come ci hanno
ricordato autorevolmente l’Enciclica di Giovanni Paolo II Veritatis Splendor del 1993 e l’istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede Donum veritatis del 1990 sulla vocazione ecclesiale
del teologo. Qui l’amore penultimo rimanda all’amore ultimo e sovrano, come eterno evento interpersonale dell’unico Dio in tre Persone. Qui, l’autonomia si incontra con l’eteronomia fondatrice e liberante, e nelle forme dell’essere l’uno-per-l’altro il possibile-impossibile amore viene a narrarsi nel tempo: la carità “non avrà mai fine” (1 Corinzi 13,8). Su di essa si misurerà la verità profonda delle nostre scelte: alla sera della vita saremo giudicati sull’amore! Il porto verso cui indirizzare la barca ricostruita sul mare della storia è il futuro della promessa che alla fine Dio sarà tutto in tutti e il mondo intero sarà la patria di Dio. Questo futuro - di cui la vita teologale
condivisa nella Chiesa è anticipazione e promessa - agisce sull’etica come il magnetismo sulla bussola: l’etica della trascendenza è inseparabilmente etica dell’amore e della speranza, fondata
sulla promessa della fede che il Dio dell’alleanza ha acceso nella storia degli uomini. Grazie a questa bussola la barca potrà trovare la rotta e il mare del tempo - che tocca tutte le sponde del
“villaggio globale” - potrà andare a tuffarsi nell’oceano dell’eternità. Anche in questo senso vorrei leggere la bella immagine attribuita ad Antoine de Saint-Exupéry, con cui chiudo questa riflessione:
“Se vuoi costruire una nave, non radunare gli uomini per raccogliere il legno, distribuire i compiti e dare ordini, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito”.

Commenti

Nessun commento
Commenta la notizia
ATTENZIONE: il tuo commento verrà pubblicato previa moderazione della redazione