Martedì, 8 Settembre 2026 Abruzzo

“SOCIAL NUOVA DIPENDENZA PER GIOVANI, IA PERICOLOSA”

BALDINI, “CRESCE DISAGIO MENTALE, SERVIZI INADEGUATI”

“I social e, in prospettiva, l’utilizzo compulsivo dell’Intelligenza artificiale rappresentano una nuova forma di dipendenza, pericolosa in età adolescenziale, in una fase in cui il disagio è crescente e i servizi sociali e territoriali, pur previsti dalla legge Basaglia, sono sottodimensionati e dispongono di scarse risorse”.

Parola di Valentina Baldini, 30 anni, medico specialista in Psichiatria, con dottorato in Neuroscienze, che Abruzzoweb ha intervistato per fare luce su temi di scottante attualità direttamente con una specialista della materia.

Baldini è attualmente assegnista di ricerca presso l’Università di Bologna. La sua attività scientifica si concentra sui disturbi del sonno, sulla suicidalità e sul trauma infantile come fattori di rischio transdiagnostici nei disturbi psichiatrici, con particolare attenzione alle fasi precoci di malattia.

È autrice di 56 pubblicazioni scientifiche su riviste indicizzate. È inoltre Cavaliere al merito della Repubblica Italiana, presidente di Asamsi ETS e di ADR e consigliera della Consulta delle Malattie Neuromuscolari.

Professoressa Baldini: la devianza e il disagio giovanile sono fenomeni in crescita, che devono preoccupare?

C’è senz’altro un aumento delle richieste d’aiuto da parte dei giovani e, in particolare, degli adolescenti. Sicuramente uno degli aspetti più preoccupanti è l’aumento dei pensieri suicidari e dei gesti autolesionistici, che si verificano in età sempre più precoce. Il suicidio è purtroppo tra le prime cause di morte tra i giovani nei Paesi occidentali ed è un fenomeno di cui bisogna parlare apertamente.

Quali sono le cause?

I fattori di rischio sono diversi e spesso si sommano tra loro. Ci può essere un episodio depressivo non riconosciuto, esperienze di bullismo e cyberbullismo, un isolamento sociale progressivo e, ovviamente, anche l’uso di sostanze. Nessuno di questi fattori, preso singolarmente, può spiegare il processo suicidario, ma la combinazione di più fattori, soprattutto quando è accompagnata da un senso crescente di disperazione, deve accendere un campanello d’allarme. E questo soprattutto perché, sul piano dell’intervento precoce, credo che una delle chiavi sia costruire una rete capillare capace di intercettare il disagio prima che diventi un’emergenza. Questo significa, ad esempio, formare chi è quotidianamente a contatto con i ragazzi.

Come viene affrontato il fenomeno?

C’è da sottolineare un punto importante: l’adolescente è ancora di pertinenza della neuropsichiatria infantile. Tuttavia, in Italia ci sono pochi reparti dedicati esclusivamente all’aspetto psichiatrico degli adolescenti. Quindi molto spesso vengono interpellati gli psichiatri che si occupano degli adulti. Si crea così questo spazio di passaggio tra il grande adolescente e il giovane adulto, in cui spesso mancano proprio i luoghi di cura, perché ci si ritrova a ricoverare un minore in un reparto psichiatrico per adulti, che non è il luogo adatto.

Che ruolo deve giocare la famiglia?

La famiglia è il pilastro per la formazione della personalità dell’individuo, quindi anche questo ha un peso.

Lei è d’accordo sulla limitazione dell’uso dei social per gli adolescenti?

I social, purtroppo, oggi rappresentano di fatto una nuova forma di dipendenza. Si è visto che, per esempio, quando si riceve un “like” a una foto, che rappresenta una forma di validazione, si ha un aumento della dopamina, simile a quello che si verifica nel giocatore d’azzardo quando vince. Quando parliamo di adolescenti, ovvero di una fase in cui la personalità non si è ancora completamente costruita e maturata, i social possono essere una fonte di pericolo, soprattutto per il rischio di emulazione. Pensiamo anche a tutti gli aspetti legati ai disturbi alimentari, alla dismorfofobia e al fatto di percepire parti del proprio corpo diverse da quelle che sono realmente. L’uso dei social va monitorato da parte dei genitori, anche perché l’età in cui ci si approccia ai social è sempre più bassa.

Perché il disagio mentale è così diffuso nelle società del benessere, ancor più che nelle società più povere?

Può essere un pregiudizio: nelle società più povere molte patologie non vengono diagnosticate, ma ci sono anche lì.

Che cosa dire della legge Basaglia a 48 anni dalla sua approvazione, con la chiusura dei manicomi, l’accento posto sull’integrazione sociale e lavorativa e la limitazione dei trattamenti farmacologici?

La legge Basaglia ha riconosciuto dignità e diritti alle persone con disagio mentale ed è stato un grande passo in avanti. Il problema è la sua applicazione negli anni: la norma prevedeva servizi territoriali e adeguate risorse, che non sono sufficienti, con il peso dell’assistenza che si è scaricato sulle famiglie.

Anche l’uso, o meglio l’abuso, dell’Intelligenza artificiale può creare dipendenza e favorire in quanche modo il disagio mentale?

L’IA è molto efficace nell’individuare i temi, nel generare contenuti e nel dare risposte che possono essere simili a quelle di un essere umano, anche se non può essere definita, a rigore, intelligenza: questa è una semplificazione, anche pericolosa. Questo strumento può creare dipendenza: è sempre disponibile, accomodante, e può diventare un rifugio per chi vive momenti di solitudine e difficoltà. Può quindi favorire un uso compulsivo.

A rischio anche qui i giovani?

Sì, se l’IA sostituisce le relazioni umane in una fase della vita in cui è necessario imparare a gestire la complessità, l’imprevedibilità e, a volte, anche la frustrazione. L’isolamento sociale può poi portare alla depressione. A ciò si aggiunge anche un possibile impoverimento cognitivo, se faccio fare tutto all’Intelligenza artificiale.

Filippo Tronca