Lunedì, 7 Settembre 2026 AbruzzoIn joëlette fino al Rifugio Duca degli Abruzzi, l’impresa inclusiva di Massimo ProsperococcoIl presidente del coordinamento delle associazioni di disabili dell’Aquila è tornato a 2.388 metri dopo quasi 48 anniDi Francesco Colagreco collaboratore Dossier
"Ci sono giornate che non si raccontano soltanto: si portano dentro. E questa è stata una di quelle». Massimo Prosperococco, presidente del coordinamento delle associazioni di disabili dell’Aquila, affida a un lungo post il racconto della sua salita sul Gran Sasso, fino al Rifugio Duca degli Abruzzi, raggiunto a 2.388 metri grazie a una joëlette e al lavoro di un intero equipaggio. Per Prosperococco è stato un ritorno particolarmente significativo: «Questa mattina siamo partiti dall’albergo di Campo Imperatore per raggiungere il Rifugio Duca degli Abruzzi. Per me significava tornare, dopo quasi 48 anni, in un luogo che avevo continuato a vedere soltanto da lontano o attraverso le fotografie». Ma il senso dell’esperienza, sottolinea, è soprattutto collettivo. «Questa non è stata semplicemente la mia salita. È stata la nostra salita». La joëlette, carrozzina monoruota utilizzata sui sentieri, richiede infatti il coordinamento costante degli accompagnatori. «Ha bisogno di tecnica, preparazione, equilibrio e attenzione continua. C’è chi tira, chi spinge, chi mantiene stabile la carrozzina, chi controlla il terreno, chi indica la traiettoria migliore e chi è pronto a intervenire nei passaggi più difficili». Una collaborazione che Prosperococco descrive come «quasi una danza, faticosa e bellissima, nella quale ogni gesto conta». La salita è stata impegnativa e la discesa ancora più delicata, con la necessità di controllare il peso della joëlette e affrontare in sicurezza le pendenze. L’arrivo al rifugio ha riportato alla memoria luoghi che Prosperococco non vedeva da vicino da quasi mezzo secolo. «Quando siamo arrivati al rifugio mi sono emozionato e non poco. Rivedere così da vicino il Corno Grande, Pizzo Cefalone, Monte Intermesoli, Monte Corvo, Val Maone, il Garibaldi più in basso e persino il mare in lontananza è stato come ritrovare una parte di me rimasta lassù». Il gruppo ha poi proseguito verso Monte Portella, prima di iniziare il rientro passando nuovamente per l’Osservatorio e per il Giardino botanico alpino dell’Università. La giornata del 5 settembre portava con sé anche un significato familiare. «Esattamente quattordici anni fa, nel 2012, ci lasciava mio padre. E mentre io tornavo finalmente lassù, sul suo amato Gran Sasso, mio figlio volava verso Boston per costruire un pezzo del suo futuro». «Mio padre nei miei ricordi, con mio fratello insieme con me, io nuovamente sulla montagna della mia vita e mio figlio in viaggio verso il suo futuro. Tre generazioni raccolte, in modo quasi incredibile, dentro la stessa giornata». Dal racconto emerge soprattutto il messaggio legato alla montagna inclusiva. «Non portare qualcuno da qualche parte, ma arrivarci tutti insieme. Condividere una meta, la fatica, la paura, la responsabilità e infine la gioia. Ciascuno mette un pezzo di sé e quel pezzo, unito a quello degli altri, rende possibile ciò che sembrava impossibile». Un principio che Prosperococco estende oltre l’esperienza sul Gran Sasso: «Vale sulla joëlette, vale in montagna, vale nella vita. Quando una comunità condivide davvero un obiettivo e ognuno offre la propria forza, le proprie capacità e il proprio cuore, nessuno resta indietro e anche la salita più difficile può essere superata». Poi il ringraziamento finale: «Grazie al mio equipaggio. Grazie agli amici che hanno condiviso con me questa impresa. Grazie per avermi riportato lassù, dopo quasi mezzo secolo, e per avermi fatto vivere una delle emozioni più forti e indimenticabili della mia vita".
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