Mercoledì, 22 Aprile 2026 Abruzzo

Altri tre lupi trovati avvelenati a Pescasseroli

PNALM, “Atti mafiosi, sempre garantiti indennizzi”

Si aggrava il bilancio dell’uccisione con bocconi avvelenati dei lupi nel Parco nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise: sono stati trovati altri tre esemplari senza vita, tra Alfedena e Pescasseroli, a con il totale che sale a 13.

Proseguono intanto le indagini della Procura di Sulmona, il fascicolo, per il momento a carico di ignoti, è aperto per il reato di uccisione ingiustificata di animali. Il veleno utilizzato per le esche è un pesticida utilizzato in agricoltura. Sono 11 le ulteriori esche trovate a seguito delle operazioni di bonifica nell’area dove sono state trovate le carcasse dei lupi. Il procuratore ha disposto accertamenti sia sulle 10 carcasse che sono state trasferite all’istituto Zooprofilattico di Teramo.

Tra i moventi del gesto criminale, questa l’ipotesi più gettonata sui social, la reazione degli allevatori per le uccisioni dei loro animali. Ma l’ente Parco in una lunga durissima nota pubblicata sul profilo facebook ricorda i numeri considerevoli degli indennizzi.

Ad Alfedena, dove il territorio comunale ricade quasi per intero in Area Contigua, dal 2018 al 2026, il Parco ha accolto 75 delle 86, cioè 1’87%, delle richieste di indennizzo per danni da fauna, erogando indennizzi per un totale di 45.357,40 euro, di cui 25.265 euro – pari al 54% – attribuibili esclusivamente danni da lupo.

A Pescasseroli, dove il territorio comunale ricade per intero nel Parco, dal 2018 al 2026, il Parco ha accolto 615 delle 672, cioè il 92% circa, delle richieste pervenute, erogando indennizzi per un totale di 253.721 euro, di cui 222.6 70 euro – pari all’ 85% – attribuibili esclusivamente a danni da lupo.

A seguire il commento integrale dell’Ente Parco.

“Ci sono episodi che non possono essere trattati come semplice cronaca.

La strage dei lupi di questi giorni fa male dentro. E colpisce per la ferocia, ma anche per il silenzio assordante che lo ha accompagnato, soprattutto in quel tessuto sociale ed economico che vive, direttamente o indirettamente, della tutela della biodiversità

Un dolore che ci obbliga anche a guardare più a fondo.

Perché oltre ai lupi uccisi c’è anche il clima che stiamo vivendo in questo momento storico. E riguarda il ritorno di un’idea antica e pericolosa secondo la quale la fauna selvatica, quando disturba o viene percepita – a torto o a ragione – come “troppa”, possa essere abbattuta, ridotta, eliminata.

E a peggiorare il quadro c’è l’approccio della giustizia “fai da te” che è la negazione dello Stato di diritto, conquistato, anche per gli animali, dopo anni di battaglie.

Per chi lavora da decenni nelle Aree Protette e nella conservazione, tutto questo ha un sapore amaro, tragicamente familiare. Sembra infatti di rivedere stagioni che speravamo superate per sempre. E invece eccoci di nuovo qui, a dover difendere non solo singole specie ed habitat, ma l’idea stessa che la coesistenza sia possibile.

Troviamo altresì singolare il leit motiv ricorrente in certi ambienti, secondo cui l’avvelenamento della fauna selvatica sarebbe una diretta conseguenza — tutta da dimostrare — della “cattiva gestione” della stessa.

Un simile ragionamento offre un’implicita giustificazione a un atto criminale. Un’asserzione che giudichiamo tanto sbagliata quanto pericolosa, e che equivale, nella sostanza, a legittimare l’esistenza e l’operato delle mafie come risposta alle presunte assenze dello Stato. Tali pensieri dovrebbero ripugnare una società che si ritiene civile!

La coesistenza, così come la conservazione, è sempre e comunque ricerca di un equilibrio dinamico: un processo in continuo aggiornamento, che integra fattori ambientali, sociali, economici, istituzionali e politici nella ricerca di soluzioni concrete.

Un processo perfettibile, migliorabile, aperto all’integrazione, proprio perché in continua evoluzione di cui bisogna saper cogliere i vari passaggi. La coesistenza è fatta in primis di regole, chiare e condivise fra tutti, poi della capacità, e volontà, di riconoscere “l’altro”.

Nelle molteplici analisi elargite a mezzo social, colpisce che nessuno abbia messo in evidenza che il Parco è l’unica area protetta in Italia a pagare gli indennizzi per i danni da orso e da lupo non solo al suo interno, come prevede la legge, ma anche nell’Area Contigua, cioè fuori dal Parco.

Questo viene fatto anche perché viene riconosciuta l’importanza del lavoro che svolgono agricoltori e allevatori.

Per poter essere giudicata e valutata, questa realtà deve essere compresa nella sua complessità — fatta di dati, di circostanze puntuali e di relazioni che non basterebbero decine di post a restituire per intero.

Sappiamo bene che il conflitto non è teorico e che chi vive e lavora nei territori rurali affronta costi, fatica, rischi e incertezze reali. Sappiamo anche che nel mondo agricolo e zootecnico esistono esperienze serie, responsabili e consapevoli, che non meritano di essere confuse con atteggiamenti opposti.

Sappiamo però che la coesistenza non si misura nelle astrazioni: si costruisce ogni giorno nel rapporto concreto tra tutela della biodiversità e attività produttive legittime, tra prevenzione dei danni e indennizzi, tra diritti, ma anche doveri e responsabilità umane.

Un equilibrio nel quale, affinché tutte le parti coinvolte possano conservare il diritto al confronto, il rispetto della legalità nonè negoziabile.