Lunedì, 14 Maggio 2012 Vasto

Antipolitica e riforma dei partiti

Intervento dello storico vastese Costantino Felice

L’onda della cosiddetta antipolitica, che anche in Abruzzo dà segnali di ingrossamento, si alimenta di un presupposto che sul terreno dell’analisi storica, e anche della società contemporanea, trova scarso fondamento, ed anzi ne riceve frequenti smentite che, per la loro valenza altamente negativa, dovrebbero indurre a maggiori cautele nei giudizi e nei comportamenti. L’assunto consiste nel ritenere che la società civile sia migliore, più sana e avveduta, delle sue espressioni politiche. Ora, che i rapporti tra politica e società stiano attraversando una fase di forte logoramento non ci sono dubbi. Ma da qui a sostenere che tutto il bene sta da una parte e tutto il male dall’altra ce ne passa molto. Dentro la società civile scorrono fondali melmosi nei quali si annidano spesso germi patogeni. Farli emergere alla superficie, specie in momenti di grave crisi come quello attuale, può comportare rischi di contagio potenzialmente devastanti, se non si predispongono argini di protezione per il sistema democratico. I movimenti che sorgono dal basso, come si suole dire, non sempre hanno ragione. E anche gli elettori che li seguono non sempre si mostrano saggi nelle loro scelte. Altrimenti talvolta non vincerebbero i demagoghi (che possono anche essere comici e farseschi), e forse neanche Mussolini e Hitler sarebbero andati al potere, o comunque non ci sarebbero rimasti fino alla catastrofe bellica.

Per questo la democrazia ha bisogno di pesi e contrappesi, di regole e garanzie da rispettare, anche quando si vince e magari stravince. Il continuo appel
larsi al "popolo" e alla "gente" indistintamente crea incultura e confusione. Un tratto fondamentale della cultura consiste, viceversa, nella capacità di distinguere, nel saper cogliere le differenze, anche se minime. Sono le distinzioni che ci consentono di capire e di agire correttamente. Sentirsi ripetere che sono tutti uguali, che è colpa della politica senza specificare di quale politica, è solo sintomo di un ottundimento dello spirito critico. L'odierno proliferare delle liste civiche esprime questo stato confusionale. Alla base c'è un collasso della cultura e della socialità prima che della politica. La "bolla" mediatica del berlusconismo, che ora sembra sgonfiarsi, è da questo clima torbido che ha tratto origine e nutrimento.

Uno dei motivi più perniciosi dell'attuale momento è l'insistenza, anche da parte di autorevoli intellettuali, sul superamento delle differenze tra destra e sinistra. E la lezione di Norberto Bobbio? Si dimentica, in realtà, che è proprio su questa antitesi che si gioca la fuoriuscita o meno dalla crisi. In ultima analisi ogni discorso, persino nell'ambito della fredda razionalità economica, riconduce a un punto: se sia cioè l'uguaglianza o la diseguaglianza il fattore della crescita, cioè proprio quel principio di alterità dialettica che - come appunto insegna Bobbio - contrappone tra loro destra e sinistra.

Le forme tribali assunte dalle manifestazioni seguite all'uccisione dell'ultrà del Pescara da parte di un rom, come pure l'esaltazione bossiana dell'imprenditore bergamasco barricatosi armato in un ufficio pubblico, non rappresentano soltanto un attacco all'autorevolezza dei partiti, ma anche una minaccia al patto sociale che sta alla base della convivenza civile. Del resto pratiche delinquenziali (qualcuno parla elegantemente di "guerre simulate"), con la complicità delle classi dirigenti, sono comuni a molte tifoserie, come si può constatare a ogni tornata calcistica.

Il malessere diffuso anziché trasformarsi in azioni politicamente consapevoli e lungimiranti tende ad affogare in un indistinto populismo che non promette nulla di buono. Abbiamo assistito ad assurdi casi - proprio qui in Abruzzo - di liste sostenute contemporaneamente dal Pdl e da formazioni di estrema sinistra; abbiamo visto candidati sindaci ostentare con fastidiosa supponenza la loro apartiticità come motivo di orgoglio e talvolta di successo. Ci sono fenomeni che, con brividi sulla schiena, fanno tornare in mente - a chi coltiva qualche cognizione di storia - le manifestazioni di piazza che comunisti e nazisti insieme inscenavano contro la Repubblica di Weimar. E poi abbiamo visto com'è finita. Ma di esempi del genere se ne potrebbero fare tanti. Anche il sanfedismo di fine Settecento era espressione della società civile: solo che portò alla decapitazione (letteralmente) della classe dirigente più colta e illuminata che il Mezzogiorno abbia mai conosciuto. E si dovrebbero pure ricordare le furenti critiche e le chiassose manifestazioni (con in testa il nostro D'Annunzio) che da sinistra e da destra si facevano contro la "Italietta" di Giolitti. E anche lì si sa come poi sono andate le cose.

Per fortuna oggi non siamo davanti a pericoli di questo genere. Ma occorre restare vigili e attenti di fronte a dinamiche sociali e politiche - troppo spesso acriticamente esaltate e blandite - che nella sostanza non hanno nulla di progressivo, ma al contrario segnano una preoccupante regressione su livelli di decomposizione localistica e tribale. Questo non significa che il sistema dei partiti non debba profondamente rinnovarsi: al contrario è proprio la gravità dei rischi a postulare una loro rifondazione su nuove basi di idealità e rigore etico.
Fonte "Il Centro"